Con gli occhi di Giuseppe La Spada leggere le onde, le trasparenze, i movimenti, i sassi sui fondali, accarezzare l’orizzonte con lo sguardo. Così un artista ha scelto di unire raffinatezza estetica e iconica a una battaglia in difesa del mare

di Laura Anello
Fotografie di Giuseppe La Spada

“Ho deciso di legare la mia vita all’acqua, perché l’acqua mi fa capire meglio le origini dell’uomo e perché un artista deve in qualche modo interpretare il proprio tempo, deve essere – per citare il mio maestro, Sakamoto – come i canarini nelle miniere che avvertono in anticipo delle fughe di gas”. Così Giuseppe La Spada, 44 anni, siciliano di Milazzo trapiantato da tempo prima a Treviso e poi Milano, fotografa, ascolta, difende l’acqua. Ne legge le onde, le trasparenze, i movimenti, i sassi sul fondo, accarezza l’orizzonte con lo sguardo, convince la specialista di slalom Federica Brignone a tuffarsi con tanto di sci per denunciare l’inquinamento del mare, ritrae modelle che nuotano avviluppate nella plastica, l’emergenza del nostro tempo.

Lui, il visual artist che nel 2007 ha ricevuto a New York il Webby Award – l’Oscar del web – accanto a gente come David Bowie e gli inventori di Youtube, l’enfant prodige che nel 2008 era a fianco del compositore Sakamoto nel mitico concerto a Ground Zero che concludeva la sua tournée mondiale. Un incontro che gli ha cambiato la vita, quello con il compositore giapponese. “Nel 2006 – racconta – il Maestro ha lanciato in rete un progetto per puntare il dito contro l’inquinamento ambientale, mettendo a disposizione dei suoni che chiunque poteva remixare. Li ho scaricati e ho fatto un’installazione video interattiva, lui l’ha vista e gli è piaciuta. Ne è nato un rapporto padre-figlio, un rapporto che mi ha cambiato nel profondo. Mi ha chiesto se me la sentivo di fare video durante i suoi concerti, e così ho iniziato a tradurre la sua musica attraverso l’acqua. Mentre lui suonava sul palco, i miei video erano trasmessi in tempo reale, un’esperienza che ha avuto l’ultima tappa proprio a Ground Zero”.

Un incontro scritto nel destino, quello con Sakamoto. Perché La Spada – una continua ricerca spirituale che trascorre dal pensiero occidentale alle massime Zen – fa dell’arte uno strumento di conoscenza di se stesso e dell’essere umano. Ma un percorso che non si esaurisce nel mondo interiore e nella ricerca estetica, pur nella raffinatezza iconica delle sue opere. “Mi sono chiesto a un tratto – spiega – che senso ha fare arte, in un’epoca in cui siamo bombardati dalle informazioni fino alla saturazione? La mia risposta è che io credo nel ruolo sociale dell’artista.

Credo, per dirla con Joseph Beuys, che l’arte deve essere un’architettura sociale. Così il tema della sostenibilità è diventato il cuore del suo lavoro. Con il progetto “We Are Drops” (siamo gocce), che unisce arte e scienza e che parla ai bambini, chiamati a realizzare delle proprie opere. “Come dice Tarkovsky in Nostalghia – dice – una goccia più una goccia non fa due gocce, ma una goccia più grande. Bisogna agire sui bambini, sullo strato più fertile della società, bisogna piantare dei semi e dare ai nostri figli degli strumenti di comprensione, perché sono loro che pagheranno le conseguenze dell’inquinamento. Se impari ad amare una cosa la proteggi per tutta la vita”.

Un progetto che è stato presentato in diverse conferenze nazionali e internazionali (al World water museum network in Olanda, a bordo della nave militare Fasan a La Spezia, al World water day di Seregno). L’anno scorso, un’installazione al Museo oceanografico di Montecarlo alla presenza del principe Alberto di Monaco. Ad aprile scorso la prima mostra fotografica proprio in Sicilia, a Capo d’Orlando. Intanto ha appena inaugurato a Milazzo, nel duomo antico oggi sconsacrato, un’installazione chiamata “Fluctus”: un’onda nera in materiale plastico sospesa sulla navata centrale e una serie di video ipnotici e ciclici. “Di quest’onda nera – racconta – ciascuno potrà portarsene un pezzetto a casa”. Perché siamo tutti chiamati in causa. Tutti responsabili.