S’accende il faro e molte paure, quelle letterarie e quelle concrete dei naviganti, si smorzano. Con la dovuta cautela marinara, e mai del tutto

di Mario Genco

S’accende il faro e molte paure, quelle letterarie e quelle concrete dei naviganti, si smorzano. Con la dovuta cautela marinara, e mai del tutto. Ne sembrano significativa e sintetica testimonianza due coppie di quadretti ex voto. La prima è nella chiesa di Sant’Agostino a Sciacca, l’altra a Trapani nel santuario della Madonna toponima. Fra tutti gli ex voto marinari esistenti in Sicilia, per quanto ne sappiamo, le quattro tavolette sono le uniche in cui si vedano fari.

Nei quadretti di Sciacca, in uno del 1862 c’è una barchetta a vela intrappolata dentro una piccola insenatura bianca di spumose onde di tempesta; a bordo una diecina di marinai tutti dipinti di bianco come fossero già fantasmi. Sulla sponda sinistra c’è un piccolo faro acceso, a sinistra un gruppetto di case, ma la grazia avuta si deve al nutrito schieramento sacro presente in cielo: Madonna e Bambino al centro, a destra due anime del purgatorio fra le fiamme, a sinistra sant’Antonio di Paola e un altro santo non identificato seduto su una nuvoletta con bambino in braccio e bastone con fiamma in cima.

Nell’altro, due barche da pesca sconquassate dalla burrasca notturna sono pericolosamente sopravvento a una scogliera verso la quale il mare le scaraventa di prua. Sul dirupo c’è un faro ma è spento; sullo sfondo un piroscafo nero sta doppiando il promontorio, indifferente o ignaro della sorte delle barche in pericolo. La data del quadretto è il 1890: era il tempo che celebrava e esaltava la forza, quasi l’onnipotenza, del Progresso. Ai capibarca padron Dimino e padron Raziano con una ventina di pescatori miracolosamente in salvo, il Progresso simboleggiato da faro e piroscafo, non sembrò utile quanto la Madonna e il Cristo in croce che li guardano dal cielo.

Altri due fari nelle due tavolette di Trapani. In una, il faro appare di scorcio in primo piano, una sagoma bianca e cieca testimone indifferente alla scena pittata coi colori foschi del mare in tempesta, dove “La bilancella Peppino all’ancoraggio a San Vito Lo Capo, assalita da temporale forte da greco e tramontana stava per naufragare. È salvata per intercessione di Maria SS di Trapani. Il capitano Bellina Francesco per voto offre, 14 dicembre 1915”. Analoga situazione di pericolo per la bilancella San Giuseppe di padron Manca a Ustica, in lontananza il faro spento di punta Cavazzi.

Fari superflui negli ex voto? Può essere anche vero il contrario. Predrag Matvejevic, affascinante filologo del Mediterraneo, sembra smentire: “I fari… anche nei ricordi dei naufraghi non vengono tralasciati… ad essi sono dedicate talvolta delle immagini nella case di coloro che hanno perduto i loro congiunti in mare”. Ma poche righe prima aveva cautamente premesso che “una gratitudine eccessiva non è un tratto caratteristico dei mediterranei”.

Perché il faro è stato ed è il luogo paradossale delle doppie verità. Lui, l’isolato per definizione, l’unico. Melville in Moby Dick: “Nantucket! Prendete la carta geografica e cercatela. Guardate qual è davvero il cantuccio che occupa nel mondo: come se ne sta al largo della costa, più isolata del faro di Eddystone”. Faro che sembra smentire quanto s’è appena detto sulla doppiezza: rimane nella storia anche perché fu occasione di collaborazione tra Inghilterra e Francia, che sui mari si davano la caccia con cavalleresca efferatezza. Il comandante della base navale di Plymouth mandò al parigrado della piazzaforte di Brest i piani di costruzione, perché non si facesse confusione con quello che i francesi avevano appena istallato sull’isola di Ouessant.

Non facciamoci fuorviare: Eddystone è il paradosso, ogni faro può esserlo a ogni momento. Quindi, forse non fu per caso che Robert Louis Stevenson, figlio e nipote di ingegneri costruttori, sia stato il padre geniale del doppio Dr. Jekyll/Mr. Hyde. Egli stesso si era pigramente incamminato sulla strada dell’ingegneria ereditaria: la scartò presto ma la lighthouse gli stava accesa dentro, non c’è suo romanzo o racconto marino in cui non ne faccia lampeggiare una.

In letteratura, l’epoca d’oro del faro e dei suoi guardiani, furono gli anni centrali dell’Ottocento, quelli del pericoloso Romanticismo, in cui si riscoprì – ricordando Lucrezio – che guardare il mare scatenato da una scogliera a strapiombo era tutt’altra emozione che osservarlo dalla linea di battigia e, soprattutto, molto più sicuro.