Mi invitano sempre più spesso a parlare di agroalimentare e di Dieta mediterranea…

di Paolo Inglese

Mi invitano sempre più spesso a parlare di agroalimentare e di Dieta mediterranea. Ci si aspetta da me che sia il cantore della biodiversità alimentare, il bardo della Dieta mediterranea, il defensor fidei del chilometro 0, dell’agricoltura di prossimità, degli orti urbani, dei grani antichi, della nostra gloriosa tradizione alimentare, di quel mondo frastagliato che immagina un’agricoltura “naturale”, una Palermo “tutta orto” se non autosufficiente e vegana.

Beh, no, con buona pace di chi legge, io credo che il mio mestiere mi obblighi alla cultura critica e non a essere tifoso di un’idea per principio, per fede. Occorre guardare cosa c’è oltre la corrente, soprattutto oltre la corrente del web. Ovviamente io non ho niente contro le cose cui ho fatto cenno, tutt’altro, tranne il fatto che le si immagini in perenne, eroica, battaglia contro l’oscuro signore del male. Una sorta di Star Wars dell’agroalimentare, con tanto di Regina, Jan Solo (Slow Food o Eataly come il Milleniun Falcon) e di cavalieri Jedi (i cuochi stellati).

La mia generazione è cresciuta con il mito della Simmenthal, dei Biscotti Plasmon, del latte concentrato e di tanti altri prodotti – come l’amatissima Nutella, che hanno accompagnato viaggi, gite e crescita. Il frigorifero, rivoluzione Anni ‘50, la frutta sciroppata, i succhi di frutta. Insomma l’industria agroalimentare italiana così come si è sviluppata nel secondo dopoguerra e almeno fino alla fine degli Anni ‘70. Quelli in cui nei Paesi della Sicilia si fuggiva la “tradizione” con le mitiche “farfallette al salmone” che ti davano pure sui rifugi delle Madonie, con buona pace del pecorino all’argentiera.

Poi l’Italia ha fatto una marcia indietro generale su tutto il tema dello sviluppo industriale e l’agricoltura, l’agroalimentare, non sono stati da meno. Abbiamo perso primati su primati, tranne che nel mondo del vino. Ancora oggi, un certo coté intellettuale attacca Ferrero e Barilla come fossero mostri. Io, invece, dico, non sparate sulle flag ships. Guardate come è finita sparando su Cirio e su Bertolli.

Mi chiedo e chiedo a chi ha strumenti per rispondere se tra il sistema “fordista” dell’agricoltura industriale, che non amo, e la nostra corsa verso il piccolo, verso le produzioni tipiche, verso le denominazioni comunali (le mostruose Deco), verso gruppi di acquisti solidali e chilometri 0, non ci sia una via di mezzo o un’ipotesi di convivenza felice. Non ci sia modo di fare sistema.