La cosa più bella che ho visto nel corso dell’estate appena trascorsa è senz’altro il miroir d’eau di Bordeaux. Di che cosa si tratta? In senso stretto, nient’altro che di uno specchio d’acqua

di Gianfranco Marrone

La cosa più bella che ho visto nel corso dell’estate appena trascorsa è senz’altro il miroir d’eau di Bordeaux. Di che cosa si tratta?

In senso stretto, nient’altro che di uno specchio d’acqua, una spianata enorme in cemento con un dito di liquido trasparente che fuoriusciva da erogatori quasi invisibili, tornava dentro, usciva di nuovo rinnovata. Dato il gran caldo, la gente di tutte le età, etnie e ceto sociale ci zampettava dentro felice, specchiandovisi. La città e i suoi monumenti, le nuvole e il cielo vi si riflettevano anch’essi, raddoppiando e invertendo il tutto. Il risultato era molto suggestivo, emozionante, unico.

Mbè? Quel che mi ha colpito era la sproporzione fra la semplicità dell’operazione e i suoi straordinari effetti. L’euforia collettiva, della gente e dei luoghi, emanava da un’idea al tempo stesso elementare e grandiosa, basilare e monumentale. L’acqua, se ben gestita, gioca begli scherzi. E c’è chi lo ha capito, e l’ha messo subito in pratica: con quattro soldi.

Mondello, in quei giorni agostani, era subissata da tutt’altro tipo di laghi, disastri annunciati per uno di quegli eventi che i giornalisti amano chiamare bombe d’acqua. Case allagate, tombini otturati, fiumi in piena nelle strade e nei giardini. Panico collettivo.

È il problema delle vacanze, fare continui paragoni fra dove si è e dove si vive. Ma tant’è: migliorerà. Altrimenti come faremmo, ogni mattina, a guardarci allo specchio?