Inizi Novecento: in Europa arriva il ballo che viene bollato d’infamia e scomunicato, ma il successo è travolgente. In Sicilia il vescovo di Acireale attacca i “tangueri”. L’effetto sarà l’opposto

di Sebastiano Gesù

Che si sia ballato a Parigi, ad Acireale o a Zagarolo, che sia stato il primo o l’ultimo, il rapporto tra il tango e il cinema, fin dalle sue origini, è stato, oltremodo, difficile e problematico. Perché, sebbene il grosso pubblico abbia riservato ad entrambi larghi consensi ed entusiastiche accoglienze, ha suscitato tra i benpensanti vivaci proteste e vespai di polemiche, che puntualmente, hanno portato a interventi di carattere censorio. E non poteva essere altrimenti se si considera la genesi e la natura che sostanzia i due fenomeni.

Più o meno coevi, fin dal loro apparire, il tango e il cinema hanno scandalizzato i moralisti, indignato gli intellettuali e impaurito i borghesi, perché entrambi hanno origini oscure ed equivoche, che li qualificano come espressioni di immoralità e di sottocultura.
Nato nei bordelli della suburra di Buenos Aires, negli ultimi decenni del secolo scorso, allusivo a un mondo di peccato, e come tale proibito alle persone perbene, il tango – simulazione coreografica di rapporti sessuali tra il lenone e la sua pupilla – arriva nella vecchia Europa perbenista, più o meno, negli stessi anni che vedono la nascita e l’affermarsi del cinematografo Lumiére.

Anche il cinematografo ha i suoi retaggi peccaminosi consumati al buio di squallide sale e una natura popolare tesa a suscitare violente emozioni e passioni istintive da padiglioni da luna park e baracconi da fiera paesana. Con un’equazione che ci risparmia giri di parole, per la borghesia fin de siécle, che amava apparire aristocratica e intellettuale, il tango stava al valzer come il cinema al teatro. Un’accoppiata di tal genere, dunque, non poteva non andare incontro che a opposizioni e dissensi,che – malgrado il tango impazzasse indistintamente in tutti gli ambienti sociali e il cinematografo attirasse la curiosità e l’interesse sempre più crescente e generalizzato da parte delle masse – arrivarono puntuali da ogni parte a inizio del secolo scorso. Proibito in ogni senso rispetto alla morale corrente dell’alta società di allora, il tango argentino piomba in Europa attorno alla prima decade del secolo scorso.

In un’epoca in cui ogni paese fremeva di febbre rinnovatrice ed épater le bourgeois era il motto che caratterizzava ogni settore della vita sociale e culturale. «Scandalizzare il borghese, giocargli dei tiri mancini, fare lo sgambetto al filisteo, mettere alla berlina il benpensante» era diventata una pratica comune. In tale clima di provocazione il ballo argentino raggiunse ben presto le più alte punte di fanatismo. Naturalmente i paesi che ufficialmente si schierarono con maggior vigore contro il tango furono quelli in cui le istituzioni erano più rigide e conservatrici. La Germania imperiale, per esempio, bollò il tango di infamia. L’imperatore non poteva ammettere che i sudditi del Reich, così sprezzanti verso ogni mollezza, all’improvviso si mettessero a ballare in pubblico contorcendosi, volteggiando e strizzando la dama come il tango voleva. Ma il divieto del Keiser non impedì il rapido diffondersi del ballo a tutti i livelli sociali.

Così scriveva un giornale berlinese nel 1913: «Tutto oggi è tango; la tangomania imperversa: si danza al telefono o lucidando i pavimenti, dettando una lettera o bevendo l’acqua negli stabilimenti termali; si danza sulle cime dei monti o nei vagoni ferroviari, negli uffici industriali e innanzi ai fornelli delle cucine». Uno scrittore tedesco pubblicò persino un trattato in difesa del Tango, dove si affermava che esso non era una danza, ma un luminoso avvenimento dell’anima, al quale le membra partecipano nell’ammaliante gioco del mondo esteriore. Di ben altro avviso era, invece, un altro scrittore italiano: il futurista Filippo Tommaso Marinetti.

«Abbasso il Tango! In nome della Salute, della Forza, della Volontà ed della Virilità». – attaccava dal canto suo Marinetti in una lettera futurista dal titolo «Abbasso il Tango e Parsifal!» – «Questo Dondolio epidemico si diffonde a poco a poco nel mondo intero, e minaccia di imputridire tutte le razze, gelatinizzandole. Perciò noi ci vediamo costretti ancora una volta a scagliarci contro l’imbecillità della moda e a sviare la corrente pecorile dello snobismo. Monotonia di ànche romantiche…Industrializzazione di Baudelaire, Fleurs du mal ondeggianti…per voyeurs impotenti alla Huysmans e per invertiti alla Oscar Wilde…Delirio tremens. Mani e piedi d’alcolizzati. Mimica del coito cinematografico…Tango, lenti e pazienti funerali del sesso morto!».

Ma per ricollegare il fenomeno alla nostra Isola arriviamo ad Acireale. In quegli anni, Acireale era la tipica cittadina di provincia, signorile, borghese e cattolica, con una diocesi attiva e vigile sul suo clero. E per proteggere i fedeli dalle insidie e dalle sconcezze dei cafè-chantant e dei cinematografi che numerosi sorgevano in città, la curia non mancò occasione per far conoscere le proprie idee a proposito di spettacolo pubblico. Troppi delitti, troppi drammi passionali, troppe rapine si perpetravano sullo schermo tremolante dei primi cinemini in pianta stabile perché la chiesa potesse stare da parte. Ben presto dai gruppi di pressione, dall’intellighentia, dai governanti, dalle istituzioni, ma soprattutto dal fronte cattolico le proteste si fecero sentire.

Per testimoniare il dissenso dei cattolici nei confronti del tango e del cinematografo – assai generalizzato nell’Italietta del Giolitti – si riporta un simpatico episodio raccolto dalle cronache acesi. Passato il primo momento di stupore e di meraviglia nei confronti dell’invenzione, e spentesi le calorose accoglienze delle dame di carità, che lo usarono per le loro serate di beneficienza, e dei seminaristi – che ne fecero strumento per le loro lezioni di teologia e catechismo, nonché momento di svago negli oratori festivi – poco a poco, l’atteggiamento dei cattolici si delineò sempre più ostile verso il cinema. Attorno agli anni Dieci gli attacchi sulla stampa furono continui. Si mise in guardia la popolazione acese a non frequentare il buio delle sale cinematografiche e di non fare tesoro di tutte le malvagità che si proiettavano sullo schermo.

L’«Excelsior», il settimanale della curia, divenne podio di risonanza che amplificava la voce degli avellonisti (dal nome del magistrato Avellone, capo del movimento per l’istituzione della censura) che in campo nazionale stavano conducendo una «moralissima e santa guerra» contro «la colossale, affollata e attraentissima scuola di immoralità e pervertimento» come veniva definito il cinematografo. Si inneggiava al censore londinese che aveva proibitola riproduzione cinematografica di scene di stazioni balneari e i titoli riguardanti la moderna invenzione suonavano, più o meno di questa portata: «Le tristi benemerenze del cinematografo», «Attenti al cinematografo» e così via. Quando, tra la fine del 1913 e i primi mesi del 1914 , anche ad Acireale giunse la mania del ballo argentino, la voce del vescovo in persona si levò dalle colonne de «Il Zelatore cattolico» per diffondere una pastorale che era stata letta in tutte le chiese della diocesi mettendo in guardia sui pericoli del tango e del cinematografo.

«Non credevo davvero che anch’io avessi dovuto levare la mia voce» – scrisse monsignore Giovanni Battista Arista il 13 febbraio 1914 – «contro una sconcia danza venuta d’Oltreoceano per imbrattare i teatri e le sale della nostra vecchia Europa. Voi capite che parlo del tango. (…) Ma, si balla il tango nella nostra Acireale? Non lo so; anzi non lo credo, che farei atroce ingiuria ai miei cari figliuoli se li sospettassi degradati così da amare il fango, da cercarlo, da pascersene pazzamente. Eppure alzo la voce! Del cinematografo, che dovrebbe essere se non una scuola, almeno uno svago innocente, ne han fatto una fucina di corruzione aperta a buon mercato, per adescarvi gli incauti che vi si affollano trovandovi eccitamento alle più abbiette passioni. Ed ecco il tango al cinematografo! Ed io Vescovo, non posso non far sentire, a voi, i miei figliuoli, la mia voce di padre che singhiozzando vi dice: abbiatela voi la cura del vostro decoro, della vostra coscienza, della nostra onestà! Non vi fidate del cinematografo! Oggi vi si offre il tango domani vi si offrirà qualcosa di più lurido (..)».

Ma a leggere il periodico «La Fiaccola» del 22 febbraio 1914 si presuppone che l’intervento di monsignore Arista non abbia sortito l’effetto desiderato. Il cronista, a firma Fra Galdino, con evidente tono anticlericale, informava infatti che l’alto prelato «anche con quest’atto ha dimostrato di non conoscere bene la sua città», e che la sua lettera ai fedeli aveva suscitato in essi la curiosità grande di conoscere questo famoso ballo scomunicato. «In Acireale le signore, le signorine, i cavalieri non sanno ballare nemmeno il valzer, perché siamo ad Acireale. A che pro dunque questa levata di scudi contro il tango e il cinematografo. – si interroga Fra Galdino – Per far sortire l’effetto contrario. Infatti mi si assicura che l’impresa del cinematografo ha contrattato per tutte le pellicole del tango e un gruppo di giovani, in segno di protesta, ha in animo di far venire un maestro di ballo per insegnare il tango a coloro che hanno la voglia di apprenderlo. Di chi è la colpa? Ma perché agitare l’aria quando è fresca?».

Intanto lo stesso periodico, alla rubrica «Teatri», segnalava che all’«Eldorado»,un café-chantant con cinematografo, quasi di fronte alla sede vescovile, divenuto di moda, dopo le invettive del sommo Pastore acese, si era «iniziata la stagione di carnevale con un programma di varietà e di canzonette»; e a conclusione, intanto che esprimeva gli auguri di buona riuscita, dava consiglio al titolare di proiettare al più presto la seconda serie di pellicole sul tango.Questo piccolo episodio di colore locale risulta assai paradigmatico per testimoniare i fasti e i nefasti del tango e del cinema sotto il pontificato di Pio X e alla vigilia del primo conflitto mondiale.

Tra la morsa del censore e il tuono del cannone, la danza delle pampas e l’invenzione Lumiére ebbero inferti un durissimo colpo che sprofondò entrambi nella crisi più nera. Risorgeranno dalle loro stesse ceneri qualche anno dopo la catastrofe bellica, esattamente nel 1921, in terra d’America, ancora grazie a un film di grande successo I quattro cavalieri dell’Apocalisse, dove ballava il tango un eccezionale tanghéro» di origine italiana che negli anni successivi sarebbe diventato un mito: Rodolfo Valentino.