A Ragusa Ibla due giovani artisti tramandano l’antica arte della decorazione dei carretti siciliani appresa nelle botteghe degli ultimi maestri. Risultato: un successo internazionale

di Antonella Lombardi
Fotografie di Tullio Puglia

Se persino un fotoreporter come Steve McCurry è rimasto stregato dalla bottega dei pittori di carretti siciliani Biagio Castilletti e Damiano Rotella, al punto da condividere su Instagram la tappa fatta a Ragusa nel febbraio scorso, un motivo c’è. Appena si entra in via dell’Orfanotrofio, nel cuore del centro di Ibla, in questo antro-bottega un tempo magazzino del grano del palazzo Donnafugata con ancora gli anelli appesi al muro per legare cavalli e carretti, poi diventato ebanisteria, si viene trasportati in una dimensione da fiaba, come nel laboratorio di mastro Geppetto, dove ogni arnese, immagine e oggetto pare avere un’anima, tanto è intriso di fatica e amore. Lungo le pareti si stagliano, tra le tracce della polvere residua del legno lavorato in ebanisteria, “pupi” siciliani antichi e recenti, anfore e attrezzi ormai dimenticati, pannelli di carretti, scalpelli, pigmenti puri e foto d’epoca. Accanto campeggia una Fiat 500 decorata su un fondo rosso acceso con lo stile tipico dei carretti, attestando così la consacrazione del folclore a genere glamour, un varco che si apre ora a nuovi collezionisti d’arte.

“Sarà esposta in un museo dell’arte siciliana nel Messinese insieme ad alcuni carretti, ce l’ha chiesta un cliente”, spiegano i due artigiani, che hanno anche dipinto una bici che è stata fino allo scorso febbraio allo Iamla (Italian American Museum of Los Angeles) in occasione della mostra “The Sicilian cart, History in movement” in partnership con gli stilisti Dolce e Gabbana. Le due firme dell’alta moda hanno anche ideato una collezione di frigoriferi e piccoli elettrodomestici realizzata da Smeg,“Sicily is my love”, dove l’inconfondibile estetica isolana, fatta di colori accesi e ornamenti barocchi, è stata riprodotta dipingendola a mano proprio da Biagio e Damiano, facendo furore allo scorso Salone del mobile.

Eppure la coppia di artigiani pittori, con all’attivo un laboratorio di pittura allestito al resort Verdura di Sciacca per il convegno di Google, non immaginava che un’arte così antica potesse incontrare il favore della moda, un successo che li ha aiutati a impedirne l’estinzione. “Questo era un lavoro che si imparava esclusivamente a bottega, con una trasmissione orale da mastro a garzone, strappando pochi segreti a un’arte custodita con estrema gelosia”, spiega Biagio, classe 1974, un amore che risale all’infanzia a Niscemi, quando il nonno, che il carretto lo guidava, gli faceva fare un giro. Una passione spiata nella bottega di uno degli ultimi mastri carradori, Vincenzo Blanco, che abitava vicino casa sua: “Quando sentivo il rumore degli zoccoli sulla strada, mi attaccavo subito dietro perché vedere quei cavalli bardati di mille colori era per me un vero spettacolo”.

A undici anni realizza il suo giocattolo preferito, una miniatura di carretto, e con l’adolescenza questo interesse non scema, anzi: di fronte alla promessa di ricevere in regalo dal nonno un motorino, Biagio ribatte con la richiesta di un cavallo con carretto, di fronte all’incredulità dei familiari. Alla fine la spunta, ma è l’inizio di una costanza che lo fa notare agli occhi dei carrettieri del paese che iniziano a commissionargli dei lavori di restauro. Tra i maestri che incrocia c’è Antonio Zappalà a Catania, fino a quando non approda alla bottega di Domenico Di Mauro ad Aci Sant’Antonio, dove conosce Damiano, classe 1984, che si avvicina da garzone a quest’arte in anni diversi. “È stato un incontro casuale – spiega Biagio – con Damiano ci siamo ritrovati dopo tre anni, quando, ricevuta una commissione molto importante, quella di ridipingere un carretto scolpito da uno dei migliori artigiani dell’epoca, mi rendo conto che da solo non ce l’avrei mai fatta”.

Da qui la scelta di coinvolgere Damiano, in un lavoro che dura oltre un anno, e che regala la soddisfazione di un risultato insperato. Nasce allora la scelta di mettersi in società: è il 2011, gli artigiani carradori in Sicilia si contano sulle dita di una mano e la moda di lusso non li ha ancora scoperti, eppure i due non hanno dubbi. “Era un lavoro che non dava alcuna sicurezza economica, ho dovuto lottare per convincere i miei”, spiega Biagio. Damiano, originario di Catania, un papà impiegato in banca, riesce a spuntarla più facilmente, convincendo i genitori che il suo non è un fuoco di paglia. Ad accomunare i due artigiani è la volontà di salvare la tradizione uscendo dagli steccati di un sapere esclusivo, una scelta che li porta a tenere oggi dei corsi: “Il nostro lavoro è preservare – dice il giovane mentre muove rapidamente un macinino all’antica che ricorda i vecchi tamponi a barca per l’inchiostro – oggi esistono molti pittori che artisticamente emulano colori e soggetti che si ispirano a quest’arte, ma noi siamo tra i pochi che hanno avuto la fortuna di andare a bottega. Bisogna avere un occhio professionale per dosare i pigmenti e le terre fiorentine, altrimenti si scade subito nel kitsch”. 

I due di “pezzi” storici ne hanno restaurati a decine, mentre in bottega campeggia un enorme e antichissimo carretto intagliato a mano e sverniciato con soggetti religiosi che vanno dall’Ultima cena al Cristo risorto. “È del 1830, uno dei più antichi della Sicilia, in legno di frassino e noce – spiega Biagio – lo stiamo restaurando per un cliente di Lentini”.
“Il carrettiere era un uomo di mondo coraggioso – dice con convinzione Damiano – doveva affrontare un percorso lungo e accidentato, sfidando spesso la pioggia o i banditi. Anche il suo stare a cavallo doveva distinguerlo, insieme alle decorazioni”. “Perché ci vuole stile anche a sapere stare su un carretto”, rinforza Biagio, che sin da piccolo da questo stile è rimasto stregato, prova ne è anche l’abbigliamento sfoggiato dai due artigiani, uno stile tardo vittoriano con un gilet e un fazzoletto al collo sapientemente annodato che si scorge anche tra le foto d’epoca appese ai muri della bottega. “Il pittore di carretti era il più borghese degli artigiani, doveva distinguersi anche con la propria divisa – raccontano i due – spesso affrontando non pochi sacrifici per potersela permettere”.

Una fedeltà di stile che, oltre all’interesse di Dolce e Gabbana, per i quali hanno riprodotto alcuni loro disegni sull’ultima sfilata di abiti messa in scena in una Palermo barocca, ha destato quello della Treccani che, nel 2014, ha chiesto la cessione di alcuni loro disegni da inserire tra le immagini di un volume enciclopedico intitolato “L’Orlando furioso nello specchio delle immagini”. Uno stile che nelle mani di Damiano ha preso, per proprio interesse, un’altra piega, quella del fumetto, in una storia pubblicata a puntate online su Facebook e intitolata “Chi ha fatto incazzare Orlando furioso?”. “Sono vignette goliardiche sulle avventure dei paladini di Francia, in fondo è un ciclo che si presta molto all’ironia”, spiega Damiano che ha svecchiato le vicende storiche restituendo tratti i moderni – e maldestri – a eroi trasformati in antieroi comuni.

Oggi, nella loro bottega suggestivamente chiamata “Rosso cinabro”, tra antichi attrezzi e vasi si vedono moderne pochette e calzature da donna con riprodotti i paramenti tipici del cavallo, fino alle coffe di paglia, che in fondo nascono come umili borse in cui il carrettiere metteva il mangime per l’animale. “Ci piace pensare che questa tradizione pittorica possa essere utilizzata anche da altri creativi, come un’artigiana locale produttrice di borse che ci ha chiesto di collaborare, o come un’insegnante che frequenta i nostri corsi e che ha scelto di utilizzare la pittura nel suo lavoro in classe con gli allievi”. Potere di un sogno d’infanzia diventato realtà.