Con l’istituzione dell’area marina protetta di Capo Milazzo, salgono a sette le zone di massima tutela nell’Isola. Un primato nazionale che dimostra una sempre crescente attenzione al patrimonio naturale

di Maria Laura Crescimanno

Questa volta siamo davvero i primi. La Sicilia, con l’ istituzione della settima area marina protetta di fine maggio, detiene il primato nazionale. L’ultima nata con un decreto del ministero dell’Ambiente, che muoverà nei prossimi mesi i primi passi organizzativi, è l’Amp di Capo Milazzo, istituita insieme alla riserva di Capo Testa in Sardegna. In Italia, sono oggi in totale ventinove i siti dove l’ambiente marino è sottoposto a diversi livelli di protezione, insieme a due parchi sommersi, Baia e Gaiola in Campania. L’Amp di Capo Milazzo, da molti anni sostenuta da associazioni locali, è stata salutata come un grande successo: sarà gestita da un consorzio costituito dal Comune, dall’Università di Messina e dall’associazione Marevivo. Nei fondali attorno al capo che guarda le isole Eolie, si sono mantenuti intatti ambienti marini come il trottoir a vermeti, una piattaforma di coralligeno unica nel Mediterraneo, e perfino il corallo rosso di profondità.

“Per la prima volta – spiega Fabio Galluzzo, responsabile della delegazione Marevivo Sicilia – la nostra associazione entra nella gestione diretta di una Amp, dopo la lunga esperienza maturata nella gestione della riserva di Eraclea Minoa, dove da anni portiamo avanti campi natura per la protezione delle tartarughe, progetti di educazione ambientale per i giovani”. Le altre sei aree marine protette siciliane sono il Plemmirio (Siracusa), Isola delle Femmine e Capo Gallo (Palermo), l’Isola dei Ciclopi (Catania), le isole Egadi (Trapani), le isole Pelagie (Agrigento) e Ustica (Pa). Costituiscono una macchia di leopardo tra successi nella conservazione ambientale, buone pratiche del turismo sostenibile e dell’accoglienza ma anche, in alcuni casi, esempi di lentezza burocratica. Ma basterà questo elenco da record ad assicurare ai siciliani di domani l’ integrità e la conservazione dello stato di ottima salute del loro mare, garantire i controlli, sviluppare la ricerca facendo rete con altre realtà internazionali, incrementando il turismo sostenibile? Nell’iter di istituzione previsto dal ministero dell’Ambiente, è fondamentale non soltanto lo studio ambientale aggiornato e obiettivi chiari per la conservazione degli ambienti marini, ma anche il coinvolgimento delle popolazioni residenti, di chi vive e lavora all’interno a ai margini di questi paradisi naturali e deve conciliare ogni giorno le attività economiche con le regole della conservazione degli ecosistemi marino-costieri.

A dire il vero, la Sicilia un primato nazionale lo aveva già messo a segno con la prima riserva marina d’Italia, la piccola Ustica, istituita nel 1986 insieme a quella di Miramare a Trieste. Ustica, dagli anni Sessanta del secolo scorso meta preferita dei grandi nomi della subacquea internazionale del calibro di Cousteau e Maiorca, costituisce oggi un esempio virtuoso di mare salvato, nonostante gli alti e bassi nella gestione, con risultati sotto gli occhi di tutti. Sull’isola, già da metà maggio, dieci centri immersioni aprono i battenti per una stagione sub di almeno cinque mesi, i fondali marini si sono straordinariamente ripopolati, trasparenza e visibilità fanno invidia ai mari tropicali. L’ isola comincia ad accogliere i primi sub stranieri già a maggio ed è meta di sperimentazione di nuovi progetti come la citizen science, cioè il coinvolgimento volontario dei subacquei nella raccolta di foto sub e dati ambientali, per monitorare avvistamenti e cambiamenti tra le numerosissime specie viventi che popolano questi fondali di origine vulcanica: cernie, barracuda, aragoste, saraghi, corvine, tartarughe.

Dunque ci si può ritenere soddisfatti? Assolutamente no, secondo il biologo marino siciliano Franco Andaloro, delegato regionale del Wwf. “Occorre fare in fretta – dice – per salvare la straordinaria diversità della vita marina e costiera del Mediterraneo, a fronte di un crescente cambiamento climatico e dell’arrivo delle specie aliene, che secondo evidenze scientifiche, meglio si insediano e proliferano negli ambienti già degradati. Ecco perché le aree marine protette dovrebbero essere sempre di più. Non soltanto le piccole isole, inserite in una legge-quadro iniziale, ma anche i banchi dello Stretto di Sicilia, vere oasi di ripopolamento ittico che aspettano di entrare nella list delle arre protette. E ovviamente le isole Eolie, già proposte al ministero da molti anni in seguito all’inserimento nella lista Unesco, ma che non diventano parco marino a causa dei forti contrasti tra stakeholders e amministratori locali, operatori turistici e della pesca”.

Ma se le isole Eolie rimangono la grande incompiuta della politica di protezione del mare siciliano, segnali positivi giungono sul versante del mare siracusano, con il rilancio dell’area protetta del Plemmirio, un’Amp giovane e poco conosciuta dai siciliani stessi, istituita nel 2006. Zona A di massima protezione sono la penisola della Maddalena e il capo Murro di Porco con le sue scogliere di calcare a picco sul mare, le grotte immerse nel blu e il posidonieto intatto, dove vive indisturbata, oltre a molte altre specie, la pinna nobilis diventata rara in Mediterraneo, o molto spesso attaccata da virus letali.

Un paradiso alle porte della città scampato da un eccessivo sviluppo edilizio. Patrizia Maiorca, presidente del consorzio che gestisce l’Amp del Plemmirio, ha raccolto lo scettro delle battaglie ambientaliste del padre Enzo campione mondiale di apnea, alfiere della protezione del mare siracusano e siciliano ante litteram. “Ci stiamo impegnando nell’educazione ambientale, oltre che nella repressione della pesca a strascico e di frodo, e speriamo presto di inaugurare all’interno del nuovo centro visitatori, nel monumentale castello Eurialo in Ortigia, un nuovo molo didattico, dove i bambini troveranno un piccolo acquario, schermi giganti e biblioteche per le attività legate al mare”.

Altro punto di orgoglio di Patrizia Maiorca è l’aver lavorato fruttuosamente per l’ accesso in mare ai diversamente abili. “Abbiamo ascoltato le loro richieste e quest’estate sono tre gli stabilimenti balneari del Plemmirio – spiega -, daremo in uso ai disabili una sedia adatta per consentire che, con gli scivoli dedicati, possano comodamente restare in acqua, in zona B di riserva”. Sviluppati anche i servizi per il turismo nautico, con 65 boe a disposizione per imbarcazioni, una buona pratica che poche aree protette siciliane riescono ad assicurare durante la stagione. L’ Amp delle Egadi, arcipelago di grandissima rilevanza biologica per la presenza della più grande prateria di posidonia del Mediterraneo, dopo un periodo iniziale di inattività, raccoglie in questi anni chiari consensi dai turisti, dai residenti e perfino dai pescatori che in piena stagione, si trasformano in guide locali.

Il direttore Stefano Donati spiega le ragioni del successo: “Le Amp sono state una grande opportunità per la Sicilia, non sempre colta nella sua grande potenzialità: evidenti problemi gestionali e mancanza di continuità amministrativa restano i problemi maggiori da risolvere, per cui alcune sono rimaste di fatto solo sulla carta. Alle Egadi siamo riusciti a incidere concretamente nella gestione ambientale delle risorse marine: troupe televisive italiane e straniere vengono alle Egadi per raccontare come negli anni abbiamo combattuto la piaga della pesca a strascico sotto costa. Abbiamo posizionato le barriere artificiali anti-strascico in zona C e possiamo dire di avere vinto questa battaglia, un progetto che è replicato ormai anche all’estero. Per proteggere la posidonia dalle ancore dei diportisti, da giugno nelle cale più frequentate sono stati posti 180 gavitelli, da utilizzare previa autorizzazione dei nostri uffici, anche on line. 

Ma il più grande orgoglio per noi è il ritorno della foca monaca – conclude – una specie pressoché scomparsa dai nostri mari, di cui esistono non più di cinquecento esemplari viventi. La foca è di nuovo presente nel mare delle Egadi in inverno quando ritorna stanziale, lo dimostrano almeno due esemplari documentati dalle foto-trappole in alcune grotte segrete, nell’ambito di un progetto portato avanti con i ricercatori dell’istituto nazionale Ispra”. Il parco marino delle Egadi impiega cinquanta persone nelle attività di accoglienza, gestione in mare e servizi e, dall’anno scorso, ha aperto il centro di primo soccorso per le tartarughe marine nato con il progetto Ue Tartalife, che ha avuto diecimila visitatori e che sta per essere ampliato con nuovi spazi all’interno dello stabilimento Florio.