Una visita a Palazzo Pottino nel cuore di Petralia Soprana. Dal salone che ospitò il ballo con il principe Umberto di Savoia alle camere private, ogni mobile e ogni oggetto è rimasto fermo nel tempo. Un luogo dove si può veramente rivivere la vita quotidiana di una famiglia nobiliare siciliana

di Maria Laura Crescimanno
Fotografie di Fulvio Croce

Il borgo montano madonita di Petralia Soprana cela un segreto. Proprio lì, nell’austera piazza del Popolo dominata dal monumento ai caduti, dove si passa obbligatoriamente per iniziare la visita del borgo con le sue austere viuzze di pietra e le splendide chiese, oppure per scambiare due chiacchere ed entrare dal fornaio, attratti dal forte profumo di pane e biscotti di farine locali appena sfornati. Siamo sulle alte Madonie, un tempo granaio per la Sicilia intera con i suoi feudi immensi. Qui la gastronomia è da secoli un’arte raffinata, grazie alla qualità dei prodotti caseari, cerealicoli, olivicoli e persino delle carni, una tradizione contadina e nobiliare fusa insieme nei secoli.

Squadrato e dall’esterno niente affatto sfarzoso, Palazzo Pottino si è conservato per tre generazioni intatto, grazie alla lungimiranza e agli sforzi della famiglia, i marchesi Pottino di Eschifaldo. La famiglia, originaria della Toscana, si installò a Petralia Soprana a fine Settecento. Vari sono i titoli dei suoi discendenti: marchesi d’Eschifaldo, baroni di Capuano, e marchesi di Irosa. L’ultimo proprietario e possessore del titolo nobiliare fu Aristide Pottino sposato con la nobildonna Teodora Rinaldi: alla loro morte il palazzo passò al figlio Francesco che poi a sua volta la donò alla figlia Giulia Pagano Pottino.

Il palazzo ha conservato pressoché tutti i suoi oggetti d’ arte, mobili d’epoca, suppellettili, argenti e ceramiche, tessuti e merletti, persino il telefono con la maniglia ottone e le immancabili fotografie di famiglia. Anche se – spiega la proprietaria – i costi di manutenzione di un bene di queste dimensioni, oggi sono diventati insostenibili, ed è auspicabile che un ente pubblico o un imprenditore culturale possano rilevare il piano nobile del palazzo e le annesse foresterie, per un più ampio progetto di fruizione culturale, che oggi si limita alle visite periodiche.

Dal 2015, anno del festival dei Borghi d’ Italia, Palazzo Pottino ha aperto per la prima volta le porte al pubblico. Oggi è visitabile da marzo ad ottobre, grazie ad un accordo tra l’ associazione culturale Itimed Itinerari del Mediterraneo e la proprietà. La giovane signora Giulia con il marito e i figli tornano comunque ad abitarlo qualche settimana in estate, per far rivivere l’antica tradizione della villeggiatura madonita, che una volta si protraeva per tutto il periodo della trebbiatura del grano.

I ritratti del marchese Aristide e della moglie, donna Teodora, in tutta la loro eleganza, si incontrano subito sin dallo studio d’ ingresso, dove il marchese, seduto alla sua scrivania, lavorava e riceveva. Alzando gli occhi in alto, colpisce lo stemma di famiglia al soffitto, ma anche la bellezza dei merletti a tombolo che intarsiano le tende di lino spesso, creando un mirabile gioco di ombra e frescura. La vita privata nel palazzo si svolgeva celata a qualsiasi sguardo esterno. La visita del piano nobile restituisce uno spaccato perfetto della vita nobiliare siciliana da fine Ottocento sino agli anni ’50 del secolo scorso, a testimonianza del gusto e delle raffinatezze di cui amavano circondarsi, anche lontane dalla città, le famiglie siciliane di una volta.

Allora il tempo scorreva lento. Il lavoro e l’amministrazione dei feudi si accompagnavano con la passione per la caccia, mentre le signore si intrattenevano, dopo la messa a palazzo, al tombolo, al pianoforte, tra la lettura, la scrittura e la conversazione, attività che avevano un posto centrale nella vita nobiliare di ogni giorno.

“Apriamo il piano nobile del palazzo a piccoli gruppi, non più di dieci persone alla volta nei weekend su prenotazione, per un tour guidato in lingua straniera di circa mezz’ora”, spiega Antonella Italia dell’associazione Itimed ( associazione culturale itinerari del Mediterraneo) che negli anni ha ottenuto la fiducia dei proprietari e oggi organizza le visite turistiche in più lingue con personale volontario al prezzo simbolico di tre euro.

Il palazzo, che inizia a richiedere interventi più seri di manutenzione, torna così a rivivere di luce e voci: si riaprono tutte le stanze di uso pubblico e quelle private del primo piano, inclusa la zona notte, le dispense e la cucina, in tutto cinquecento metri quadrati con la bella terrazza con vista sulle valli sottostanti e il gigante Etna sullo sfondo. Già. Oltre la sala d’ ingresso si ha l’ impressione di entrare in un libro d’ epoca. Sono i moltissimi dettagli, e la loro autenticità – dato che il palazzo non è mai stato radicalmente restaurato e rinnovato, ma al contrario mantenuto con cura e dedizione negli anni – che rendono unico questo luogo rispetto ad altri palazzi d’ epoca, spesso malamente riadattati per uffici pubblici o banchetti.

Salendo lo scalone d’ingresso, è difficile non pensare ad alcune sequenze del Gattopardo cinematografico, con i suoi protagonisti, e vederli a loro agio aggirarsi per queste stanze: la cappella interna ancora consacrata, sfavillante di argenti, dipinti antichi e tessuti d’ epoca, i grandi bracieri bassi davanti ai divani dei soggiorni. La sala da ballo sorprende per lo sfarzo dei soffitti dipinti da cui scendono immensi candelabri di Murano, i velluti rossi dei divani, delle sedie d’ epoca con i piccoli poggiapiedi in tinta. Qui si svolse, nel 192, l’ ultimo ballo in onore del principe Umberto II di Savoia in visita a Petralia Soprana.

Allora, si racconta, furono servite quarantasei portate nella vicina sala da pranzo dove è ancora apparecchiata la grande tavola ovale con la tovaglia di fiandra bianca, la fine porcellana, le posate con lo stemma del casato utilizzate. Incuriosisce la collezione dei macinacaffè allineati sulla consolle, un vezzo del marchese Pottino che amava acquistare le varietà preferite in Brasile o da Tahiti e conservarle nelle cantine in piccoli sacchetti per la riserva di casa.

Entrando in cucina, riammodernata negli anni ’50 del secolo scorso insieme ai bagni, sembra di vedere i monsù, i cuochi di palazzo di scuola francese, al lavoro tra le pentole di rame poggiate sulla cucina a legna. Qui tutto funziona ancora a perfezione, gli impianti elettrici con gli interruttori a parete, gli scalda tazze e vivande inseriti all’interno dei termosifoni, alimentati da una potente caldaia a legna. Nelle dispense sembra di sentire ancora impresso l’odore dei prodotti della campagna, con le ceste di vimini per la frutta e i formaggi, i vasi verdi di vetro scuro per le olive da tavola e per la corretta conservazione dell’ impareggiabile olio extra vergine, ancora oggi prodotto su queste colline, insieme alle nocciole e ai legumi.

Nelle stanze da letto dei marchesi, divise da una porticina privata come era in uso all’epoca, si trovano mobili di grande pregio, oltre ai tipici letti in ferro battuto, una cassapanca lignea scolpita, attribuita alla scuola di Frà Umile da Petralia, quadri del Seicento siciliano e molte fotografie d’ epoca. Che meglio di un libro di storia testimoniano della storia passata della nobiltà siciliana tra luci e ombre, con i suoi splendori e le sue debolezze, i miti, le leggende e le verità. Quelle storie che i turisti, giunti su queste montagne antiche dagli angoli più remoti del pianeta, nell’era di internet, sempre più amano sentirsi raccontare.