Come si fa a tenere insieme il locale e il globale? Sì, è facile dire glocal, trovare un sincretismo lessicale tra il qui e il tutto, ma, in pratica, che significa?

di Paolo Inglese

Come si fa a tenere insieme il locale e il globale? Sì, è facile dire glocal, trovare un sincretismo lessicale tra il qui e il tutto, ma, in pratica, che significa?  Me lo sono chiesto, ieri, a Castelbuono, parlando con chi, vendendo la sua frutta e verdura, cercava di mettere insieme sullo scaffale due mondi: la tradizione contadina e il nuovo.   Sono la velocità e la facilità di trasporto che, unite a un’impressionante capacità di conservazione del prodotto agricolo fresco, hanno determinato una mutazione complessiva del sistema agricolo.

L’Italia che esce dalla Seconda Guerra mondiale è un’Italia contadina. Il sistema agricolo del boom economico degli Anni ‘60 è già fortemente mutato, strutturalmente e antropologicamente. Dal punto di vista tecnico, la meccanizzazione agricola, l’avvento della chimica e, successivamente, della plastica hanno cambiato il volto dei campi, rendendo possibili, se non necessari, cambiamenti strutturali dei modelli e dei sistemi di impianto, oltre che delle varietà coltivate.

Sparisce, a favore della specializzazione, la coltura consociata, contro la quale fu messa in atto una vera e propria guerra: si marginalizzarono rapidamente l’agricoltura di montagna e quella periurbana, ormai estranee ai processi di meccanizzazione del-la pianura; si estesero le zone irrigue; mutò, letteralmente, il Dna dell’agricoltura, perché si piantarono specie e varietà nuove, capaci di rispondere all’avvento dei nuovi input: concimi minerali e fitofarmaci. Centinaia, se non migliaia, di cultivar di ogni specie furono in larga misura sostituite con genotipi frutto del nuovo miglioramento genetico, molto spesso non condotto in Italia.

Il 90 per cento dei contadini nell’immediato dopoguerra era analfabeta, oggi l’agricoltore deve avere un elevato grado non di alfabetizzazione, ma di cultura d’impresa. Il piccolo proprietario-agricoltore di oggi non può avere una dimensione economica se non associato ad altri e legato a prodotti di valore. Il suo mercato è potenzialmente vastissimo. Abbiamo il dovere di salvaguardare la biodiversità e i genotipi locali, ma pensare di imporli come modello agricolo o di consumo pone comunque una grande sfida imprenditoriale.

Una cosa deve rimanere: ed è la capacità di essere buoni agricoltori e di produrre un buon, se non eccellente prodotto, che rifletta sempre più la storia e la cultura della comunità che lo pro-duce e coinvolga in questo consumo-racconto anche chi ne fa uso. L’agricoltura siciliana ha bisogno di una visione, di un progetto o, almeno, di far partire l’uso delle enormi risorse che la Comunità europea le ha assegnato.