To leave or not to leave

di Augusto Cavadi

“Capire la Sicilia signifi ca dunque per un siciliano capire se stesso, assolversi o condannarsi”: così Gesualdo Bufalino, uno scrittore siciliano del XX secolo. Ma – vorrei aggiungere – qualche volta capire la Sicilia e i siciliani aiuta anche il resto dell’umanità a capire meglio se stessa. Giudicate voi.

È prerogativa esclusiva di chi abita in un’isola vivere per riprendere lo stesso scrittore – “il dissidio fondamentale che ci travaglia, l’oscillazione fra claustrofobia e claustrofilia, fra odio e amor di clausura, secondo che ci tenti l’espatrio o ci lusinghi l’intimità di una tana”? A mio parere questa “oscillazione” di posizionamento nello spazio geografi co (il “buon ritiro” della propria casa o l’avventura in terre lontane, preferibilmente in città ricche di opportunità per conoscere e farsi conoscere)

potrebbe dipendere, molto semplicemente, dalla fortuna di nascere in un luogo bello cui ci si affeziona e, tuttavia, con il gusto di scoprire altri luoghi belli della Terra. Talora, tuttavia, quando si tratta non di brevi vacanze ma di decidere se trasferirsi o meno altrove, l’incertezza esprime, e rende perciò visibile, una “oscillazione” interiore fra due stati d’animo che – in fondo in fondo – potrebbero richiamarsi a vicenda. Apparentemente, infatti, chi vive isolato nella propria casa, e nel proprio piccolo paesino d’origine, potrebbe averlo deciso per modestia, per umiltà, per consapevolezza dei propri limiti; laddove, al contrario, chi osa sottoporsi al giudizio di un pubblico più vasto, e più esigente, potrebbe averlo deciso per presunzione, per ambizione smoderata. Dunque il dissidio interiore sarebbe tra modestia e presunzione. Ma spesso non è così: né per il siciliano “medio” né per l’essere umano “medio” in generale.

Infatti c’è chi preferisce vivere rintanato nel cortile di casa non per modestia, ma proprio perché il suo orgoglio smisurato non gli consentirebbe di reggere nessuna critica, nessuna obiezione alle sue idee; e chi parte non per presunzione, ma proprio perché è talmente libero interiormente, talmente distaccato dalla sete di riconoscimento sociale, da poter affrontare con sana autoironia il confronto con ambienti nuovi, estranei, potenzialmente ostili. Insomma: si potrebbe espatriare per orgoglio e restare a casa per umiltà, ma anche viceversa.

Se – in Sicilia come altrove – oscilliamo fra restare fedeli alle radici e salpare verso nuovi porti è perché, nel nostro cuore, non siamo mai né del tutto orgogliosi né del tutto umili. E, anche quando prevale decisamente uno dei due stati d’animo, esso può indurci tanto a partire (per esporci) quanto a restare (per nasconderci).