Le città mediterranee sono accomunate dalla cultura, ma anche dal rapporto intenso con l’acqua, in una fertile talassocrazia. Con altrettanto violente rimozioni

di Maurizio Carta

Le città mediterranee sono accomunate dalla cultura, ma anche dal rapporto intenso con l’acqua, in una fertile talassocrazia. Con altrettanto violente rimozioni. Per esse l’acqua è stata origine di vita, fonte di ricchezza, segno della forma.

E ancor oggi la loro liquidità è non solo acuta categoria interpretativa della storia, ma è anche accurato portolano del presente e, soprattutto, sofisticato dispositivo per il futuro. In Sicilia sono numerose le città che riscoprono la forza generatrice dell’acqua dopo averla deviata, cementificata, inquinata. Siracusa è tornata ad abitare Ortigia; Catania e Messina ripensano le aree portuali come interfacce urbane. Trapani ha scolpito con il sole e il sale il suo prolungamento verso l’acqua. Marsala e Mazara del Vallo si riaprono verso il mare con la vivacità dei loro giovani.

Palermo, più di altre, sta ritrovando la sua liquidità, ritornando a essere porta accogliente di persone, merci e culture che generano spazi e comunità. Un nuo-vo piano ne ridisegnerà il porto per passeggeri, croceristi e diportisti, aprendolo ai cittadini che lo attraverseranno come un parco vegetale e liquido. E l’acqua non bagna solo la costa, ma disegna un arcipelago di luoghi che raccontano la città come un affresco di futuro. Scorre ancora nei Qanat arabi sotto Danisinni raccogliendo sorgenti e fertilizzando orti e giardini coltivati dalla comunità.

Nelle borgate marinare l’acqua stimola la ricerca di nuovi ruoli, mutando pelle, volto e linguaggi. L’acqua scorre ancora sotto la Conca d’Oro, pronta a riaffiorare per far tornare fresca e lussureggiante la Favara di Maredolce. E mantiene viva la natura lungo il fiume Oreto, alimentando l’emozione collettiva del FAI. La liquidità torna a farsi spazio vissuto nel centro storico, nelle pieghe effervescenti che raccordano le sorgenti sotterranee con lo svettare delle torri dell’acqua. L’acqua torna a bagnare le balate della Vucciria e di Ballarò, gli antichi mercati sotto cui scorrono fiumi sepolti che alimentano tattiche di rinascita e sperimentazioni sociali di rigenerazione. E liquida è la nuova vita della Kalsa, alimentata dalla apertura di varchi a Palazzo Butera e allo Steri.

Nulla di quello che è venuto in contatto con la liquidità di Palermo è rimasto immutato: culture, tradizioni, architetture, piante, cucina, parole e arti si sono miscelate in un potente solvente culturale, aprendo la città a un turbine di segni e identità. L’acqua è liquido amniotico della sua storia, grembo materno di spazi e comunità, ma soprattutto può e deve essere sorgente del suo futuro.