Il bancone del pesce, da noi, è un luogo epico: come nelle piazze assolate dei film western, la sfida si consuma in un gioco incrociato di sguardi silenziosi e inquieti, dove la tensione è palpabile, e il finale prevede un vincitore e un vinto: sempre gli stessi

di Gianfranco Marrone

Il bancone del pesce, da noi, è un luogo epico: come nelle piazze assola-te dei film western, la sfida si consuma in un gioco incrociato di sguardi silenziosi e inquieti, dove la tensione è palpabile, e il finale prevede un vincitore e un vinto: sempre gli stessi. La medesima cosa, fra l’altro, accade in pescheria e al ristorante.In teoria, quel bancone sta lì per dimostrare al cliente la bontà del pesce, la sua freschezza. Sono il pescivendolo o il ristoratore che fanno la prima mossa: “ci taliasse l’occhi”, dicono sollevando il malcapitato pesciolino per le branchie ancora frementi.

A quel punto è il cliente, sfidante-sfidato, che deve cimentarsi nella competizione, osservando con curiosità e sospetto le bestie che potrebbero finirgli nel piatto. Guarda gli occhi, assolutamente immobili, inespressivi, ugualissimi fra loro. Infila schifato un dito nelle branchie, mimando perplesso il gesto del nemico. Soppesa il tutto. Poi fa: “ma frescu è?”, come a manifestare tutte la perplessità di chi sa il fatto suo, e mai si lascerebbe ingannare in fatto di cibo proveniente dal mare. “U’ purtaru uora”, riprende il venditore. “Vabboò, facci lei, ma ddù dentice lassassi iri”.

A quel punto il gioco è fatto: o il pesce è fresco, dentice compreso, e il cliente ha fatto la figura del fesso a non capirlo; oppure non lo è, e il cliente ha fatto la figura dell’incompetente scartando un esemplare ma scegliendo gli altri. I pesci, dal canto loro, con quegli loro occhioni timidi e pietosi, stanno a guardare: a loro modo divertiti.