Tra pochi giorni aprirà a Palermo la mostra dedicata all’ultima edizione del World press photo con i più belli e terribili scatti di fotogiornalismo di tutto il mondo. Ve li mostriamo in anteprima. Una testimonianza della potenza dell’immagine

di Federica Certa

Caracas, mercoledì 3 maggio 2017: decine di ragazzi manifestano contro il governo del presidente Nicolàs Maduro, accusato di aver portato il Paese allo stremo, nella morsa asfissiante della dittatura. I giovani urlano “siamo studenti, non terroristi” e la polizia carica la folla con i gas lacrimogeni. Un diciasettenne perde la vita.

Josè Victor Salazar Balza di anni ne ha 28, ed è lì come molti altri, come una volta, come ancora accade da qualche parte nel mondo, più o meno sempre per quelle due, tre ragioni che uniscono e incendiano i popoli. Il serbatoio di una motocicletta prende fuoco e in un attimo il ragazzo è aggredito dal macabro abbraccio delle famme, la maschera antigas sul volto, un berretto nero in testa, il salto felino del fuggitivo che sembra un angelo caduto, disperato ma non arreso. Alle sue spalle, beffardo e paradossale, il disegno stilizzato di una pistola, e sotto la scritta “paz”, pace.

A fermare il momento, nello scatto “Venezuela Crisis”, che ha vinto la sessantunesima edizione del premio “World Press Photo”, il più importante e prestigioso del mondo, nato nel ’55 in Olanda da un’idea dell’omonima fondazione, è stato il venezuelano Ronaldo Schemidt, 47 anni, fotografo dell’Agence French Press. E la sua immagine, la più bella e forte, la più criticata, la più drammatica delle tante “rubate” nelle strade della protesta sudamericana nella primavera dello scorso anno, sarà in mostra a Palazzo Bonocore, in piazza Pretoria, a Palermo, insieme ad altre 134, dal 14 settembre al 7 ottobre, nell’ambito delle manifestazioni di “Palermo Capitale italiana della cultura” e con l’organizzazione del Cime (Cultura e identità mediterranee). Tutte le informazioni su worldpressphotopalermo.it.

Il capoluogo siciliano è per la seconda volta tra le otto città italiane e le cento del circuito internazionale, sparse in 45 Paesi, che ospitano l’esposizione, collegata al contest e inaugurata ad aprile al De Nieuwe Kerk di Amsterdam, due giorni dopo la premiazione. Quarantadue fotografi, provenienti da 22 nazioni – dall’Australia alla Cina, dal Bangladesh alla Colombia, dalla Svezia agli Usa – raccontano magia, alienazione, paura, uomini, luoghi, paesaggi del contemporaneo, in una galleria di storie fulminanti, estemporanee, divise in otto sezioni, ognuna con una sua vocazione peculiare e i suoi vincitori, selezionati dalla giuria presieduta da Magdalena Herrera, direttrice della fotografia di Geo France, su un totale di seimila candidati e ottantamila scatti.

Cinque gli italiani che si sono aggiudicati un posto nel medagliere: Luca Locatelli, Giulio di Starco, Francesco Pistilli, Fausto Podavini e il siciliano Alessio Mamo. E sempre un italiano, Pietro Masturzo, è stato vincitore assoluto nel 2010. “L’anno scorso – spiega Vito Cremarossa, presidente di Cime, l’associazione per la cultura e l’identità mediterranee partner della fondazione olandese e organizzatore delle mostre a Palermo, Bari, Napoli e Torino – abbiamo registrato diecimila visitatori. Anche per questa edizione non proponiamo solo l’allestimento vero e proprio, di cui si è occupata personalmente la curatrice olandese Sophie Boshouwers, ma anche una serie di iniziative legate al mondo del fotogiornalismo”.

LE MIE IMMAGINI PER I PARIA DEL TERZO MILLENNIO

“Mi piace la fotografia. E mi piacciono le persone”. La fortuna il talento di Alessio Mamo – classe ’76, catanese giramondo, vincitore del secondo posto nella categoria “People”, sezione “singles”, del World Press Photo 2018 – stanno tutti qui. Aver coltivato la passione per l’obiettivo in punta di piedi, un po’ da autodidatta un po’ da predestinato; scoprirsi fotografo a 35 anni dopo una laurea in chimica e un impiego come ricercatore nel campo della scienza dei materiali. E poi cambiare mestiere quando ormai la vita avrebbe dovuto viaggiare su binari sicuri, spingendosi fino in Nepal, nel nord dell’India, in Palestina, in Iraq, e incrociando le storie drammatiche ma tenaci dei “paria” del terzo millennio. Com’è approdato al mestiere di fotoreporter?

“Per caso. Lavoravo alla ST Microelectronics di Catania, ma lo stipendio lo spendevo tutto in apparecchiature fotografiche – la prima, una Canon 40D reflex – e in viaggi. Poi, nel 2009, quando avevo già preso il diploma all’Istituto europeo di design, l’azienda entra in crisi, il mio contratto non viene più rinnovato e io decido di darmi da fare in un’altra direzione. Torno più volte in Asia, frequento festival di fotografia, contatto vari photoeditor. A Enna incontro un vero maestro, Hans Madej, tedesco di Monaco, che girava in camper per immortalare le tradizioni popolari siciliane. Da lui ho imparato tutto e ho cominciato a guardare alla mia terra con occhi diversi. Il primo contratto importante lo firmo con l’agenzia americana Redux”.

E inizia a fotografare soprattutto fatti di cronaca e di politica. Ma la vocazione a raccontare le storie dei migranti arriva dopo…

“Sì, anche se ho sempre avuto un grande interesse verso i temi sociali. Seguo il terremoto in Emilia, il conclave per l’elezione di Papa Bergoglio, nel 2013 Panorama mette in copertina una mia foto di Beppe Grillo. Lavoro per Stern, Repubblica, Time, il Guardian. Poi nel 2103 mi trovo a Lampedusa e documento la strage di migranti che naufragano il 3 ottobre. È la svolta. Da lì ho cercato di capire sempre più a fondo cosa c’è dietro questa tragedia. Sono mesi caldi anche a Catania: la stazione centrale viene presa d’assalto da migliaia di siriani che sbarcano a Pozzallo e Augusta, e sperano di raggiungere il nord Europa in Appuntamento dunque con quattro public lectures, il 15, 22, 29 settembre e il 6 ottobre, sempre a Palazzo Bonocore, per dare voce e corpo alle immagini, in un viaggio nelle visioni e nei segreti del reportage d’autore.

A inaugurare il ciclo di incontri, il 15, alle 18.30, il fotografo dell’Associated Press Burhan Ozbelici, ospite d’onore anche del vernissage della mostra, il 14, vincitore della scorsa edizione con “An assassination in Turkey”, scattata subito dopo l’omicidio avvenuto ad Ankara il 19 dicembre 2016: vittima, l’ambasciatore russo Andrey Karlov.

“Una foto epocale – la definisce Cremarossa – che ha avuto il merito di fissare in un istante una pagina tragica della nostra storia. Ci sono state polemiche, accuse, Ozbelici è stato bollato come amico dei terroristi, ma il compito del fotoreporter è raccontare quello che accade, sempre e comunque”.

Poi, largo ai maestri dell’obiettivo italiani: il 22 il regista e fotografo Luca Locatelli, lucido investigatore della fragile, delicata simbiosi fra uomini, scienza e tecnologia, collaboratore del New York Times Magazine, Bloomberg e Wired, testimonierà l’emergenza della fame nel mondo con il suo reportage “Hunger solution”, un documentario crudo e appassionato sulle preoccupanti prospettive dell’approvvigionamento alimentare, quando – fra meno di mezzo secolo – il pianeta dovrà produrre più cibo di quello prodotto dai coltivatori in 8mila anni.

treno, raggirati dagli scafisti di terra”. Nell’autunno del 2015 segue l’odissea di una famiglia siriana diretta da Damasco a Dusseldorf attraverso la Turchia, nel reportage “Samar and his sisters”, 45 giorni e quattromila chilometri di viaggio. Cosa non abbiamo ancora capito dell’epopea delle migrazioni ?

“Che la gente che parte farebbe di tutto per non lasciare la propria terra. Anche se martoriato, affamato, disperato il luogo in cui nasci è sempre il tuo luogo stupendo”. La pioggia di immagini e informazioni sui racconti, le testimonianze non sono mai abbastanza. Più se ne parla meglio è. E noi fotografi abbiamo una grande responsabilità nel mostrare la verità. È una questione etica. Anche noi possiamo contribuire a cambiare le cose”.

Dopo il reportage su Manal e quello dedicato all’ospedale di “Medicins sans Frontières” in Giordania, che è diventato anche una mostra itinerante dal titolo The hospital of al the wars, stai lavorando ancora in Medio Oriente?

“Sì, con il progetto Isis at the court, affiancato dalla collega palermitana Marta Bellingreri. Stiamo raccontando i processi nei tribunali iracheni di presunti miliziani dell’Isis, dopo la sedicente liberazione di Mosul. Molti di loro sono innocenti, ma vengono comunque condannati, anche all’ergastolo o all’impiccagione. La narrazione mainstream ci ha fatto credere che l’Isis fosse stata sconfitta. Ma non è così. A novembre tornerò in Iraq, un Paese ancora in grandissima difficoltà, che è stato completamente abbandonato”.

Seguirà il 29 l’incontro con Alessio Mamo, l’unico concorrente siciliano, vincitore della medaglia d’argento con il suo “Manal: War portraits”, impietosi ritratti dell’undicenne irachena colpita dall’esplosione di un missile a Kirkuk, costretta da allora a sottoporsi a un rosario di interventi chirurgici in Giordania e a indossare una maschera bianca per proteggere il viso ustionato, una crudele seconda pelle, solcata da cuciture come cicatrici, che lascia scoperti solo gli occhi e le labbra.

Infine, a ottobre, il vincitore del terzo posto per la sezione “General News”, Francesco Pistilli, autore di “Lives limbo” e firma, tra gli altri, di Time, BBC e Le Monde, condurrà il pubblico sui nudi sentieri delle migrazioni balcaniche, nell’inferno del freddo, della fame e della biblica precarietà dei rifugiati, in Serbia e non solo, derelitti stipati nei magazzini e nelle stazioni ferroviarie, settemila anime quest’anno, secondo le stime dell’UNHCR.