Una proposta di rassegna

di Claudia Cecilia Pessina  

THE GUARDIAN INTERNATIONAL EDITION – GRAN BRETAGNA
Wendell Steavenson – 17 giugno 2018 La Sicilia, un mosaico
“Palermo è diversa, sento che la gente non vede l’ora di incontra- re nuove persone”. Parola di Shapoor Sa- fari, fuggito da Kabul dopo che i mujahed- din bussarono alla sua porta per arruolarlo nelle loro le. Prima Pakistan, Iran, Turchia. Poi Milano, Torino, Roma, Venezia. Non è mai riuscito a ottenere un contratto di lavoro stabile. Poi è salito su un treno per Palermo. La Sicilia è sempre stata un’isola di immigrati e di emigranti. La sua storia e cultura sono frutto di successivi imperi, “dominazioni” come li chiamano i siciliani, tutti entrati nelle sue pentole.

Alcuni dei suoi piatti più famosi includono uvetta, pinoli, pistacchi e semi di sesamo tipicamente levantini e il gusto agrodolce orientale è la chiave della sua cucina. Safari è ora capo chef di Moltivolti, metà ristorante e metà spazio condiviso per le ONG che lavo- rano con i migranti, una bolla utopica nel cuore del quartiere Ballarò, per molti anni ghetto fatiscente e clandestino, sempre più spopolato, ora straordinario mix di ma a, migranti e giovani imprenditori sociali alla moda. Tra le varie attività del Centro Astalli per migranti un corso di cucina propone cucina italiana e straniera. Si capisce che il modello di integrazione siciliano non è tanto un melting pot fatto di assimilazione ma piuttosto una strati cazione di culture diverse, ciascuna distinta e deliziosa a modo suo.

Mentre i giovani siciliani sono interessati ai nuovi sapori piccanti, i loro genitori tendono a mantenere un gusto più conservatore. Ma le tradizioni si evolvono: diversi migranti che lavoravano come governanti e cucinano per le famiglie della classe media siciliana, imparano le ricette e introducono le loro

DIE ZEIT ONLINE
da Die Zeit n. 26/2018, 21 giugno 2018 Petra Reski – 23 giugno 2018
Il problema è Palermo. Una città che ti urla addosso e ti tira per i capelli, una città che ti lusinga e ti ingan- na ad un tempo, una città piena di palazzi barocchi e di edi ci prefabbricati costru- iti illegalmente, con una mafia legale e migranti illegali. Palermo è una violazione permanente, incessante: cosa può fare l’arte moderna, provocatoria, in una città dove l’anomalia è la norma, la violazione delle regole la regola? The Planetary Garden. Cultivating Coexistence è il titolo di Manifesta 12, basata sul concetto dell’architetto paesaggista e losofo francese Gilles Clément, che vede il mondo come un giardino, come utopia socio-politica, pun- to di attraversamento e luogo di migrazione e di mescolamento.

E quale posto in Europa è più adatto di Palermo, una città il cui Dna è stato modellato da arabi e normanni, da Staufers e spa- gnoli? E dove i migranti appartenevano già al paesaggio urbano, quando altrove credevano che il “problema dei rifugiati” potesse essere risolto con pochi investimenti in Africa? Palermo intralcia le buone intenzioni di Manifesta. Ci si trova a dedicare ai luoghi più attenzione che alle opere: il giardino botanico, un paradiso terre- stre pieno di meraviglie; il fasto moresco del neoclassico Palazzo Forcella De Seta; lo spettacolare Palazzo Butera; lo ZEN, che non è esercizio di rilassamento orientale, ma il frutto di cervelli di progettisti impazziti degli anni Settanta: la Zona Espansione Nord è il Bronx di Palermo. Piazza Magione sembra un’installazione moderna, piena di un vuoto irreale tra rovine di guerra e palazzi rinnovati con nanziamento Ue per B&B. La sede di Manifesta è il Teatro Garibaldi, la cui riapertura soddisfa l’intenzione della fondatrice Hedwig Fijen di lasciare un risultato duraturo.