La notte del mare era tenebra dell’animo, abisso di paura per i riottosi eroi marini dell’età arcaica; eroi e marini (meno spesso marinai) loro malgrado, per maligni voleri e capricci degli dei e degli uomini

di Mario Genco

La notte del mare era tenebra dell’animo, abisso di paura per i riottosi eroi marini dell’età arcaica; eroi e marini (meno spesso marinai) loro malgrado, per maligni voleri e capricci degli dei e degli uomini. Perciò avevano eletto Febo dio degli sbarchi, come un sospiro di sollievo: non c’era altri che lui a sottrarre la terra all’incertezza del buio e restituirla all’evidenza rassicurante degli occhi. Era l’inesprimibile necessità del Faro, la sua sconosciuta ineluttabilità.

“Giasone alzò le mani e invocò Febo a gran voce, chiedendogli di salvarli, e piangeva angosciato… Tu l’ascoltasti e scendesti dal cielo… balzato alla cima di una delle due rupi, con la destra levasti in alto l’arco dorato, che diffuse dovun- que un chiarore fulgente. Apparve ai loro occhi una piccola isola delle Sporadi… L’isola impervia la chiamarono Anàfe, o luogo dell’apparizione, perché Febo l’aveva mostrata a loro in mezzo all’angoscia”.

Sono i versi di chiusura delle Argonautiche, il poema con cui Apollonio Rodio cantò nel terzo secolo avanti Cristo la più antica epopea marina dell’Occidente: la scorribanda di Giasone e compagni nelle sconosciute acque del Ponto Eusino sulla nave Argo: la prima ad avere il privilegio di essere dotata di parola e di essere stata battezzata con un nome. Epopea remota, che il mito “data” a una generazione anteriore ai tempi dell’Iliade e dell’Odissea: qui, Peleo e Telamone, padri di Achille l’uno e di Aiace e Teucro l’altro, sono due giovani eroi del “commando Argo”. Così lontana da quelle dei due poemi fondatori della cultura occidentale – come sono stati stata defi ad abundatiam – e dell’Eneide.

I tempi delle tre storie, praticamente coevi, nemmeno corrispondono a quelli in cui vennero scritte, ché fra i poeti corrono secoli, quasi un millennio tra il primo, Omero, e l’ultimo, Virgilio. Ma il mare notturno di cui cantano è lo stesso: dove la tenebra sottrae la terra su cui ogni fuoco è spento, ogni luce è cancellata. “Ci imponi invece di allontanarci dall’isola e andare cercando sul mare oscuro, nella notte profonda: di notte si levano i venti funesti che le navi distruggono”, canta Omero. “Mentre correvano il vasto mare di Creta, li spaventò la notte, che il poeta dice funesta: la notte tremenda che non penetravano gli astri né i raggi di luna, un nero abisso caduto dal cielo o una tenebra sorta dai recessi profondi”, canta Apollonio.

“Le nubi all’improvviso strappano alla vista dei Teucri il cielo e il giorno; grava una nera notte sul mare. Tuona la volta del cielo e l’etere balena di fi    folgori, e tutto minaccia agli uomini una morte imminente”, canta Virgilio, che in una notte di bonaccia fa cadere dalla nave e perdere Palinuro, il pilota più esperto di Enea, il suo comandante in mare. La notte marina è tendenzialmente omicida, e quando non ha la tempesta, manda all’agguato il maleficio del sogno nel sonno, mentre “la fl    corre ugualmente un cammino sicuro sul mare”. Tre citazioni, tra le centinaia sparpagliate fra poco meno di ventottomila versi.

Per secoli, e fino a non moltissimi secoli fa, i naviganti e i cartografi europei davano per certa l’esistenza di isole sparpagliate qua e là negli oceani, isole che cominciarono a sparire una a una man mano che si perfezionavano la navigazio- ne e la cartografi fi a svanire del tutto: perché non esistevano né erano mai esistite. Credenze e leggende che arrivavano dal buio deserto del mare arcaico; e dai miraggi.

“Ogni marinaio greco – scrive il poeta e scrittore londinese James Hamilton- Peterson – sapeva che navigando oltre le ultime regioni il mare continuava all’in- fi    Ciò che spaventava particolarmente i Greci, e quindi la mente europea che ha ereditato la loro tradizione filosofi era l’idea del vuoto. Il vuoto del mare, quel pericolosissimo spazio deserto al di là delle terre conosciute, dava un turbamento metafisico quanto fi Il mare era un esplicito affronto, una pura e semplice opposizione alla loro metafisica. L’Oceano non era soltanto di dimensioni sconosciute, ma si muoveva, era instabile, e in determinate condizioni usciva perfino dai suoi confini naturali. Come si poteva tracciare allora una mappa di questo vuoto fi        Come disegnare un oceano che era senza forma?

Le fonti: Apollonio Rodio, Argonautiche, libro IV. Omero, Odissea; libri IV, XII, XIX. Virgilio, Eneide, libri I e IV. Hamilton-Paterson, Seven tenth: in the sea and its theresholds; titolo italiano Sette decimi: il mare e le sue soglie.