“Rendo le forme sfocate per far sì che tutto sia importante e non importante allo stesso tempo”, ebbe a dire Gerhard Richter tra il ‘64 e il ’65

di Daniela Bigi

“Rendo le forme sfocate per far sì che tutto sia importante e non importante allo stesso tempo”, ebbe a dire Gerhard Richter tra il ‘64 e il ’65. “Le rendo sfocate perché non sembrino artigianali, o artistiche, ma tecnologiche, lisce e perfette”.

Il vasto lavoro del maestro tedesco appare lontano da quello del giovane Giuseppe Adamo, concentrato in superfici traslucide di soggetto imprecisabile, quasi astratto, quasi monocromo. Eppure, quell’ostinato e quotidiano riflettere di Richter sull’esercizio della pittura e sulla condizione del pittore, quel suo muoversi tra occhio fotografico e sensibilità pittorica, quella necessità di sfocare l’immagine per problematizzare l’immediatamente disponibile, il facilmente catturabile, offre gli indizi per una, seppur fragile e delicata, relazione a distanza.

La pittura tutta di superficie di Adamo, così preziosa e levigata, figlia di un tempo lunghissimo, fluida, cangiante, sofisticata nello stratificarsi delle componenti cromatiche, costruisce paesaggi ambigui in cui una messa a fuoco analitica cede il passo a sfocature ora larghe e dense, ora più fitte e sottili. Fondale marino, crosta lunare, parete rocciosa, concrezione lamellare… Probabilmente nulla di tutto questo.

Più volte, davanti ai quadri di Adamo (Alcamo, 1982), la mia mente è andata alle atmosfere aspre e visionarie dei paesaggi di certo Quattrocento padovano, quello, per intenderci, in cui prese le mosse il talentuoso Mantegna lavorando nella bottega di Francesco Squarcione. L’amore per l’antico di quel bizzarro collezionista/ pittore/imprenditore rappresentò una direzione vincente per le ricerche di quei giovani che nel suo studio trovavano gli affascinanti reperti di un mondo che si andava riscoprendo e al contempo mutuavano uno stile che interpretava quelle forme affioranti dal passato sulla scorta di una linea dura, di derivazione nordica, che marcava, quasi tagliava, le sinuosità del paesaggio. Per dirla con André Chastel, “un espressionismo nutrito di archeologia”.

Non si tratta di indulgere a inutili parallelismi, né di comporre un album dal sapore postmoderno. Si tratta di porsi delle domande, di introdurre delle riflessioni, di scegliere una prospettiva storica a lunga gittata. Guardando a quei dipinti di Mantegna con gli occhi dell’oggi, è proprio l’ambiguità formale di quegli esiti a renderli così affascinanti, perché ci parlano di condizioni complesse, di orizzonti espressivi in via di ridefinizione, di un panorama culturale in cui le contraddizioni, anziché celate, venivano esplorate, approfondite, esperite dentro la pratica quotidiana del fare. Ecco. La pratica del fare, il tempo trascorso in studio, su una tela, a ripetere un segno, a passare una velatura dopo l’altra, a costruire e decostruire la trama di un’immagine, è qualcosa che, in ogni tempo, mette a nudo inquietudini e interrogativi mai sopiti.

La pittura di Giuseppe Adamo sembra evocare i processi generativi della natura, il sedimentarsi lento dei minerali, il lavorio erosivo degli agenti atmosferici, tutti quei momenti, cioè, in cui le forme vivono una trasformazione, impercettibile ma profonda, strutturale .Di fatto ci offre un enigma, disegna l’inaccessibilità di un abisso, azzarda un percorso visionario. E la visionarietà altro non è che una via per penetrare più a fondo la realtà. È la spia di una disappartenenza ma al contempo il racconto di un inesausto percorso di ricerca, del ripetersi incessante di un interrogativo.