Trent’anni fa la pubblicazione di Piazza dei papiri, il libro della scrittrice palermitana Iole Salatiello, ambientato al mercato delle pulci. Un delicato racconto sulla straordinaria forza della memoria

Testo e foto di Massimo Crispi

Papireto. Già il nome indica qualcosa di arcaico, una foresta di papiri d’Egitto. Il Papireto è un corso d’acqua, superficiale un tempo, oggi ipogeo, che sotto le balate senza sosta scorre e indisturbato arriva fino al mare. Molti metri sopra le sue acque oggi si colloca una via-piazza che prende il nome dal rivoluzionario antiborbonico, poi sindaco di Palermo e Senatore del Regno d’Italia, Domenico Peranni. Questo luogo malioso e trasandato è colonizzato da esotici come il papiro, guardiani del sito, dove dal secondo dopoguerra in poi, si sono adunate dense baracche di lamiere arrugginite che hanno dato forma al Mercato delle Pulci, oggi per buona parte in disarmo. Un non luogo. Il Tempo, lì, cambia i suoi connotati e scompagina passato e presente, come una porta su dimensioni altre, mescolandosi a odori di legni antichi, vernici, muffe e di cucine e di friggitorie che lì vicino producono leccornie prelibate, al palato delizia ma attentato terroristico al fegato.

Sono passati esattamente trent’anni da quando la scrittrice palermitana Jole Salatiello, scomparsa nel 2001, ci propose  la sua visione della Piazza dei papiri (La Bottega di Hefesto, 1988), ma ben quaranta dal concepimento di quest’opera. L’autrice, nella sua singolare percezione del tempo, evoca fantasmi del passato ora giocosi ora malinconici, attraverso la protagonista del suo romanzo, la Signora Cavalli, suo alter ego, e gli oggetti della baraccopoli, coprotagonisti, tramite per il quale la signora Cavalli rilegge il passato remoto, che illustra e spiega il presente appena trascorso. Forse c’è anche la voglia inconscia di rifugiarsi in un passato ideale, non contaminato, pieno di temps perdu, di madeleines.

Del passato ora giocosi ora malinconici, attraverso la protagonista del suo romanzo, la Signora Cavalli, suo alter ego, e gli oggetti della baraccopoli, coprotagonisti, tramite per il quale la signora Cavalli rilegge il passato remoto, che illustra e spiega il presente appena trascorso. Forse c’è anche la voglia inconscia di rifugiarsi in un passato ideale, non contaminato, pieno di temps perdu, di madeleines. La sua passione febbrile la porta a ricercare oggetti rari e preziosi, simmetricamente alle vicende delle vite parallele dei molti mercanti dai pittoreschi nomi (Michele Fratello, Romualdo Crudeli, Salvatore Quattromila, Giuseppe Pulvirenti, Vincenzo Andò, Gioacchino Senzalume, Renato Degli Esposti, Calogero Mastino, e così via, tutti celando nel cognome una parte del proprio destino e delle proprie qualità), alle quali la signora Cavalli partecipa con dissimulato e distante ma sentito affetto.

L’orologiaio ex tenore, l’avvenente vigile urbano restauratore o presunti benestanti che fanno i mercanti di ninnoli e monete per hobby, le firme dei venditori sono analizzate con sentimento affine a quello che la signora usa avere per gli oggetti. Lei, infatti, in un segreto angolo dentro di sé, è cosciente che coloro sono le ultime reliquie umane traghettatrici delle reliquie concrete nelle mani dei collezionisti, prima che vada perduta per sempre la memoria dei preziosi manufatti. Degli psicopompi, dei caronti al contrario, quei venditori, che dal regno degl’Inferi risuscitano spoglie di cose. Quando qualcuno dei bottegai scompare, per malattia, per estinzione, per carcerazione a causa di frodi, quando non per guai legati alla malavita vera e propria, la signora se ne duole, perché perde delle guide preziose nel suo percorso spazio-temporale all’ombra degli “ippocastani”, metamorfosi letteraria dei grandi citrifolia, sulla rive droite e sulla rive gauche del Mercato delle Pulci. In fondo erano loro che scovavano gli oggetti e glieli tenevano da parte sapendo che lei avrebbe potuto essere interessata.

La memoria è al centro del romanzo, come in ogni opera di Jole Salatiello. Palermo è stata bombardata pochi anni prima. La vecchia città, ricchissima di storia e d’arte, abitata da un’umanità parecchio più complessa e più ricca di sfumature dell’attuale, è stata sfinita e stravolta. I segni dello scempio sono stati visibili per molti anni ancora, focalizzando e riducendo l’immagine della città a luogo di disastri umani e materiali, dove il Tempo si era arrestato, drammaticamente, ma si era dimenticato di ricominciare a girare. L’esperienza della seconda guerra mondiale, fatale per l’intera generazione che ne ha vissuto gli orrori, si avverte essere spettro sempre in agguato.

Il non luogo della piazza dei papiri diventa casualmente un posto dove si possono ritrovare delle memorie, come ripescate dal segregato fiume sotterraneo che le ha nascoste per salvarle, dove gli oggetti più disparati, di pregio o autentiche sòle (qualche negghia ci vuole…), possono raccontare ancora qualcosa e salvare un ricordo, propagarlo attraverso mercanti (e ricettatori) e collezionisti più o meno consapevoli. Il brivido che percorre la schiena della signora Cavalli, mentre prende in mano un vetusto balocco, una bambola settecentesca rarissima e perfettamente conservata, evocando lo spirito dell’antica bimba cui appartenne e ricostruendone la storia partendo da una macchia sul vestito della bambola, è autentico. E altrettanto veritiero è l’affettuoso interesse che la signora prova nei confronti dei rivenditori – i veri sopravvissuti dei ventri di Palermo sventrati dalla guerra, Capo, Ballarò, Vucciria e Kalsa – ai quali fa visita quasi quotidianamente in quel mercato surreale.

I libri che la signora consulta sui banchetti dei rigattieri le aprono poi altre visioni. Scopre così che sotto il falso nome di Alberto Magno o di Michele Scoto erano stati pubblicati, secoli prima, dei libri sui segreti delle donne, dove si poteva per esempio avere contezza della fedeltà della propria moglie: bastava appoggiarle sulla testa una calamita. La stessa calamita, se posta ai quattro angoli di una casa avrebbe fatto fuggire gli abitanti che dormivano, risvegliandoli di soprassalto, e consentito ai ladri di penetrare e fare man bassa.

Quasi un manuale per il furto perfetto. Il teatro di Piazza dei papiri ha sempre nuove scene, dove i protagonisti si scambiano ruoli, se ne ritagliano altri, escono dalle quinte per poi rientrare, e l’onirica contraddanza di Jole Salatiello – Signora Cavalli ci illustra una forma di percepire il presente e il passato in tutt’altra maniera, tutt’altra dimensione, si ha sempre l’impressione di camminare sopra un nastro di Möbius senza mai arrivare alla verità ma avvertendo che ce ne sarebbe una, o forse più d’una, che si agitano invisibili al piano inferiore. L’eleganza della scrittura di Jole Salatiello è anche quella un’antichità, come le cose preziose scoperte nelle baracche di Giuseppe Pulvirenti o Marco Pintore.

Nella vita Jole fu anche insegnante di lettere, in Sardegna e in Sicilia, attenta alle nuove generazioni e alle famiglie di provenienza, nel difficile periodo della ripresa dell’Italia del dopoguerra, coi disastri umani e familiari sempre in agguato che tutte le guerre provocano. Il suo piccolo immenso romanzo è, nel nostro periodo attuale di confl genocidi e distruzioni cruente alle porte d’Europa, quanto mai utile per meditare: i crateri di Palermo sono gli stessi di Sarajevo, Bengasi,Aleppo, Bagdad, anche se cerchiamo di rimuoverli. La lingua usata nel romanzo, ricca e teatralmente densa di significati è quasi consolatoria, taumaturgica.

L’ironia, sia latente sia espressa, lenisce la crudezza della realtà trasformandola in surrealtà (che poi è una delle dimensioni siciliane dominanti e perenni) e in qualche modo ci indica una via di salvezza. L’attenzione alla condizione femminile è sempre viva e pioniera nelle opere di Jole Salatiello, in esse declinata diversamente, tra le agghiaccianti e splendide poesie di settant’anni fa, ancora inedite (!), e i romanzi e le novelle pubblicati. Una preziosità stilistica di Piazza dei papiri sono i versetti introduttivi d’ogni capitolo, autentiche epigrafi. Lì viene riassunta, con garbo e apparente vaghezza démodé, l’essenza del capitolo: la potenza allusiva delle parole che Jole vaticina in ogni momento, e tanto più nei versi, è totale. Chissà se mai nessuno tradurrà in immagini filmiche le facoltà cinetiche di questo romanzo.A trent’anni di distanza dalla pubblicazione valeva la pena disseppellire, per una nuova lettura, le vicende “equine” della signora Cavalli, come le definsce l’autrice nell’antifona del I capitolo: L’ippico passo

Sotto gli ippocastani… Quante parole equine, signora Cavalli, per il tuo galoppo all’indietro nel tempo. Galoppo d’assalto o speranzosa fuga?