Se Fulco fosse nato a Parigi, sarebbe stato celebre almeno come Coco Chanel, e forse le sue vicende avrebbero aggiornato il campionario dei miti di Palermo

di Salvatore Savoia

Quando, nel 1994, per i tipi dell’editore Novecento, uscì col nome Estati Felici, la traduzione italiana di Happy summer di Fulco di Verdura, non erano molti a conoscere il suo autore, cosicché ai più parve che quel diario godibilissimo non fosse altro che una stanca replica del gattopardismo. Solo quando, nel 1999, il Comune di Palermo promosse proprio a Villa Niscemi, dove Fulco aveva vissuto, una mostra dedicata al Mito Verdura, in tanti si accorsero di quel palermitano di genio, probabilmente il più grande designer di gioielli del secolo oltre che uno dei protago- nisti della Parigi sfavillante degli anni 30.

Stefano Malatesta osservò che se Fulco fosse nato a Parigi, sarebbe stato celebre almeno come Coco Chanel, e forse le sue vicende avrebbero aggiornato il campionario dei miti di Palermo, che dopo la scomparsa dei Florio non trovava modo di farsi riconoscere – come amerebbero i suoi cittadini – costantemente capitale di un Regno: una via di mezzo fra Montecarlo, Parigi e Biarritz. Gli anni folli e insieme drammatici in cui si svolse questa storia invece vedevano la Sicilia avvolta dalla nube grigia del fascismo, che di ben altro si occupava, e altro preparava all’Europa.

Il Marchese Fulco Santostefano della Cerda, erede poi del titolo di Duca di Verdura, visse le sue Estati felici di gioventù con la sorella, la madre e la nonna, quella Maria Favara che forse ispirò l’Angelica di Tomasi. Il padre di Fulco, secondo un stereotipo assai diffuso, viveva di fatto separato dalla moglie, nella casa avita e cupa di via Montevergini, tra il Capo ed il Cassaro. Fulco avrebbe scritto della differenza fra la severità di questa casa e le scorribande nel parco di villa Niscemi; le pagine del diario di questo giovane privilegiato scorrono piene di gioia, tra descrizioni del laghetto nel parco, la possibilità di accedere alla riserva reale della Favorita, gli adorati animali, cari a lui forse più della folta parentela e del pantheon di strani avi con i quali doveva fare i conti.

Quando morirono Grandmaman e poi il padre, Fulco dovette prendere atto che il patrimonio avito era pressoché dissolto e progettò di partire – siamo alla fine degli anni Venti – per Parigi, città che viveva proprio allora uno dei suoi momenti più esaltanti, con la presenza di Picasso, Dali, Cocteau. Nella seconda metà degli anni Venti a Palermo si celebrarono alcuni grandi eventi mondani: la festa a Palazzo Mazzarino in via Maqueda, in costume “fin du XVIII siécle”, dedicata ai fasti palermitani di Nelson e Lady Hamilton, alla presenza del Principe ereditario Umberto, conteso da tutte le grandi case palermitane, e dove Fulco apparve in costume da Napoleone al ritorno dall’Egitto, e quella a Palazzo Verdura, nella quale gli invitati adottavano una mise popolar-gitana. Nel suo vagare con gli ultimi soldi fra una festa e l’altra, si recò a Venezia, dove a Ca’Rezzonico conobbe Cole Porter col quale iniziò un sodalizio che lo staccò per sempre dalla Sicilia.

Fulco e Cole Porter diverranno inseparabili. Fu il musicista a farlo incontrare con Coco Chanel, vera sovrana del beau monde, ma soprattutto intelligente creatrice di moda, e dotata – lo ricorda Malatesta – di un fiuto eccezionale nell’individuare i talenti. Partendo proprio dai gioielli che ammiratori e amanti avevano donato a Ma- dame Chanel, nacque la vera grande intuizione della gioielleria Verdura: la contaminazione fra grande gioielleria e bijouterie, un tempo considerata roba da poveracci. Come nessuno, Fulco sapeva utilizzare elementi comuni, come le conchiglie, le monete e persino i sassi provenienti dalla spiaggia di Mondello, che ricopriva di oro e perle, per realizzare broche o collane, o costruire straordinarie spille, orecchini o gemelli da polso.

Pochi anni dopo si trasferì a New York, al seguito del brillante e bellissimo barone russo Nicolas de Gunsburg: anche loro una coppia mondana ricer- catissima che non avrebbe avuto alcuna possibilità di vivere quei fasti da Grande Gatsby nell’Italietta fascista, nella quale l’omosessualità era non solo bandita ma persino negata, almeno in pubblico. Sulla Fifth Avenue di New York aprì una bouti- que col logo Verdura. Ed anche lì fu subito frequentata dalla migliore società interna- zionale, da Greta Garbo alla duchessa di Windsor, da Gloria Swanson a Katherine Hepburn. La relazione fra Fulco e Cole Porter fu assai stretta, anche se nessuna delle fonti conferma l’esistenza di una liaison privata.

Tutto finì negli anni 70, quando Fulco, liquidata tutta l’ attività, andò a vivere a Londra, nella esclusiva Eaton Place, fra libri rari e oggetti meravigliosi. Di- pingeva piccoli paesaggi su delle pietre e si dedicava a scrivere quei ricordi d’infanzia che lo fecero tornare in qualche modo in Sicilia fra i fantasmi di un’epoca dorata e lontana. Morì investito da un taxi nel centro di Londra; le sue ceneri furono trasportate a Palermo, dove riposa nella Cappella Verdura del Cimitero di Sant’Orsola.