Quando si viaggia per conoscere il mondo, fossero anche minuscole parti, si rimane stupiti dalla sua varietà

di Giuseppe Barbera

Quando si viaggia per conoscere il mondo, fossero anche minuscole parti, si rimane stupiti dalla sua varietà. Ogni panorama, ogni angolo, ogni orizzonte appare diverso e si vorrebbe saperne di più. Condizione indispensabile è però quella di essere dotati della virtù ineguagliabile della curiosità.

I viaggiatori che la posseggono sanno che qualche lettura e le ricerche in rete sono utili ma niente è meglio di far parte di un gruppo di esperti di diversi saperi, arti e capacità e con essi confrontarsi di fronte alla complessità di un paesaggio. Essere, così, partecipi dell’incontro tra la natura del luogo (la vegetazione, le forme geologiche, la variabilità del clima e della luce…), la cultura degli uomini che lo hanno trasformato e lo abitano e quella di chi lo visita e prova a comprenderlo con lo sguardo, le emozioni, i pensieri.

Facile convenire allora sull’eccezionale fortuna di chi si è trovato a Roncisvalle, nei Paesi Baschi, con “La Macchina dei Sogni” di Mimmo Cuticchio, con Elisa Puleo e attori e narratori di differenti espressività e con dodici tra astrofici, agronomi, fisici, sacerdoti, archeologi, poeti, giornalisti, scrittori e antropologi: i dodici “Pari” di Carlo Magno. Al valico, dove la leggenda vuole che nell’ 778 il paladino Orlando sia stato ucciso, ai piedi delle rocce dove inutilmente ricorse alla magica spada Durlindana per sconfiggere chi lo aveva tradito e all’Olifante, il corno suonato invano per chiedere soccorso all’Imperatore. È la vicenda dei poemi cavallereschi, ripresa nell’Orlando Furioso di Ariosto, nel Cavaliere Inesistente di Calvino. È la storia dell’Opera dei Pupi.

Il paesaggio dei Pirenei ne domina la scena; nella nebbia che avvolgeva le cime – “alti i poggi, le valli tenebrose, scure le rocce, le strette paurose” – opranti e cuntisti, marionette e attori hanno raccontato il cammino di Orlando. La nebbia fitta che si alternava a lunghi squarci di sole, nascondeva il muoversi dei pupi, le voci cangianti di Giacomo Cuticchio, la solenne teatralità di Mimmo. Il paesaggio si espandeva in foreste infinite In alto, pini e abeti, mentre i luoghi della battaglia erano grandi prati che si aprivano in boschi di faggi che si alzavano altissimi in tronchi perfetti, resi vivi da muschi e licheni, a partire da tappeti di vecchie foglie che ricordavano i colori, gialli e rossi, che, perdendo il verde intenso dell’estate, ritroveranno in autunno.

Non c’era bisogno di guardare lontano, il paesaggio era in noi, i suoi protagonisti erano i paladini, i suoi suoni quelli delle parole della poesia e del silenzio. Un paesaggio che non conoscevamo e, nella nebbia, non vedevamo ma sentivamo appieno. Vengono in mente le parole che Francesco Petrarca, al termine di una salita sul Mont Ventoux che diede forma alla moderna idea di paesaggio, trasse da un libro di Agostino: “E vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flussi del mare, le ampie correnti dei fiumi, le immensità degli oceani e trascurano se stessi”.