Che cultùra e coltùra abbiano la stessa radice e che questa comprenda sia la coltivazione dei campi che quella dell’anima, è cosa che ormai sanno anche le pietre

di Fabrizia Lanza

Che cultùra e coltùra abbiano la stessa radice e che questa comprenda sia la coltivazione dei campi che quella dell’anima, è cosa che ormai sanno anche le pietre. Comunque sia per chi pietra non è vorrei spiegare che, secondo me, se vogliamo in qualche modo dare un senso al lavoro che facciamo alla nostra terra, non ci sono molte altre soluzioni oltre a questo binomio, anzi molti dei nostri guai nascono proprio dall’aver perso di vista uno dei due termini.

Pertanto, quando visitando la cantina di Margherita Longo e Vito Barbera a Ustica, mi sono imbattuta in un piccolo museo di attrezzi agricoli utilizzati da contadini e artigiani usticesi negli ultimi cent’anni del XX secolo, mi si è allargato il cuore. Perché, mi sono chiesta, cosa ce ne facciamo noi del vino e basta! Se non sappiamo dei gesti che hanno raccolto quell’uva, dei processi e delle alchimie, dei saperi e dei sapori che si sono via via formati nel tempo? Non è forse più buono il vino quando racconta storie di umanità, di conoscenze e di rispetto per l’ambiente?

Margherita e Vito, entrambi laureati in Scienze agrarie, lei assunta al ministero dell’Agricoltura, lui dottorando in “suolicultura”, hanno vissuto la prima parte della loro vita a Roma. Vito destinato a un’erratica mancanza di lavoro, slittando da un assegno di ricerca all’altro in attesa che qualche barone universitario lasciasse il posto, lei con il mitico posto sso, è vero, ma tutto il giorno dietro a una scrivania a passare carte.

Sullo sfondo c’era Ustica, la perla nera del Mediterraneo (in competizione con Pantelleria, perla di natura simile ma di carattere molto diversa) con la sua terra rutilante di rossi e di neri, fertilissima, e Nicola Longo e Marisa Bolzoni, i genitori di Margherita, cultori di storie locali (è Nicola a raccogliere gli utensili usticesi) e innovatori dei vini dell’isola. Nicola negli anni Sessanta era emigrato come il 70 per cento degli isolani a Torino e, mentre lavorava, si era preso una laurea in Agraria. Tornato a Ustica nel ’76 insieme a Marisa, che da Brescia si era trasferita a Ustica, mettono su una cantina secondo i processi allora più moderni.

“Negli anni Settanta in Sicilia c’era la Colomba Platino e il Regaleali bian- co e rosé ai quali guardare – mi spiega Nicola facendo gli occhi grandi di ammirazione – e il vitigno che si usava a Ustica era l’Albanella, un vitigno capace di crescere ovunque, che produceva sempre e comunque grandi tti grappoli di uva bianca con una buccia spessa e carica di tannini”. Nicola co- minciò a innovare, piantando anche altre uve (inzolia, catarratto e un po’ di grillo), sostituendo la tradizionale coltivazione ad alberello con il cordone e introducendo la fermentazione a temperatura controllata. Il vino allora prese un’altra forma e l’isola che negli anni Ottanta veniva invasa da un turismo ricco, abbondante e festaiolo, ne consumava a otti. Poi la ventata turistica crollò e la cantina piano piano ridusse la produzione, sino ad arrivare a tre-quattromila bottiglie, ossia alla sola sopravvivenza.

Vito e Margherita che a Roma nel frattempo cercava- no soluzioni, nel 2010 decidono di tornare a Ustica, attratti dalle lenticchie che nel 2000 erano diventate presidio Slow Food e ridato un po’ di ossigeno agli agricoltori dell’isola. A Ustica la prima vendemmia d’uva fatta da Nicola e Vito va inaspettatamente bene, il vino è gagliardo! Pertanto Margherita e Vito decidono di investire e creano l’azienda agricola Hi- biscus. Vito si mette in cantina e Magherita cura il commerciale, realizzano tre bianchi, i1 rosso e il pas-

sito. Nel frattempo Nicola nel 2000 aveva trasformato le vecchie case in un agriturismo con l’orto, bellissimo, dal quale l’agriturista può sempre attingere. Margherita e Vito oggi coltivano tre ettari di vigna e sono gli unici che imbot- tigliano a Ustica, dove un tempo dei 350 ettari agricoli circa 230 erano votati alla vigna. Producono dodicimila bottiglie che vendono per la maggior parte sull’Isola al nuovo turismo consapevole che ormai la frequenta, per starci comodi dovrebbero almeno raddoppiare la produzione e arrivare a 24 mila bottiglie.

Quest’anno hanno comprato nuovi macchinari e iniziato ad ammodernare la cantina degli anni Settanta. Piano piano. Nel frattempo, Vito ha recuperato i semi di una vecchia varietà di grano tenero, la Pilusedda. Non è la Maiorca (altra varietà di tenero siciliana) e, a detta di Margherita, ha più struttura e funziona bene sia per pane che per pizza e poi storicamente il pane a Ustica è sempre stato bianco. Strano no? Rispetto all’onnipresente rimacinata dell’isola madre. Ogni luogo ha i propri semi e le proprie storie, com’è giusto che sia e il sogno di Margherita va avanti.