Dentro le sale di Palazzo Arezzo di Trifiletti a Ibla: un viaggio a ritroso nella storia, tra arredi e ricordi conservati immutati e perfetti nel corso dei secoli

di Antonella Lombardi
Fotografie di Tullio Puglia

La nostalgia è un sentimento potente: fa soffrire l’idea di non poter esaudire il desiderio di tornare ai propri luoghi, agli approdi cari, ai ricordi. Se ascoltata, però, a volte diventa costruttiva, come nel caso di Domenico Arezzo, ragusano trapiantato a Roma a quattordici anni, infanzia trascorsa a Ibla, tra le mura di palazzo Arezzo di Trifiletti, in quel triangolo barocco che caratterizza la Sicilia ricostruita dopo il terremoto del 1693. Un pezzo di storia siciliana è racchiuso qui, dove l’atmosfera da fiaba sospesa nel tempo cambia a seconda della luce che colpisce il duomo di San Giorgio che campeggia sulla sua scalinata, poco distante, o l’esclusivo circolo di conversazione, proprio di fronte l’ingresso del palazzo.

Domenico ha scelto di tornare in Sicilia e aprire le porte della residenza nobiliare dove tuttora abita la sua famiglia, gioiello ritrovato che fa parte delle dimore storiche italiane, per condividere la bellezza con visitatori da ogni parte del mondo, una scelta che è innanzitutto una dichiarazione d’amore per il suo territorio. “Ho vissuto a Roma da adolescente, quando rientravo qui soffrivo a vedere queste stanze chiuse, mi metteva tristezza quell’atmosfera lugubre così distante dai miei ricordi gioiosi di infanzia, volevo far conoscere questa bellezza agli altri – racconta – Ho impiegato molto tempo per convincere mio padre ad aprire al pubblico il palazzo dove ancora abita la mia famiglia, ma ora si è reso conto che questo è l’unico modo per renderlo vivo”.

A essere visitabili sono infatti le sale di rappresentanza, ma i numeri nel tempo hanno dato ragione a Domenico: nel 2017 le visite sono state circa ottomila, più di 1500 quelle registrate tra marzo e maggio lo scorso anno, con iniziative che variano durante l’anno e un turismo di élite internazionale che cerca innanzitutto di rivivere un’esperienza. Lo spettatore curioso riconoscerà nel Palazzo Arezzo di Trifiletti alcuni set del Commissario Montalbano, quello vorace di storia e nostalgico immaginerà il frusciare di lunghe gonne e stoffe preziose delle nobildonne che attraversavano la scalinata centrale, scortate da quella noblesse che faceva il suo ingresso in carrozza o a cavallo, come attestano gli anelli in ferro lungo le pareti utilizzati per legare gli animali e ancora presenti nel cortile in pietra. In ogni caso la posizione strategica regala una vista impagabile, con il Duomo di San Giorgio incorniciato alla vista dai balconi del piano nobile, lo storico circolo di conversazione di fronte, e il palazzo di Donnafugata poco distante.

La prima stanza cui si accede è “La stanza degli antenati”, con i dipinti che ritraggono gli abitanti del palazzo, o meglio, solo i primogeniti maschi, a partire da Carmelo Arezzo che comprò la dimora intorno al 1850, quando la famiglia si trasferì da Siracusa a Ragusa. “Quando entravo con mio nonno qui, mi faceva mandare baci ai loro ritratti”, ricorda Domenico che ha lo stesso nome del nonno. Alle pareti l’albero genealogico con i vari rami. “Il fratello maggiore di mio nonno è morto durante la Seconda Guerra mondiale, per questo lui, che era secondogenito, ha ereditato il palazzo”. Ogni stanza nasconde una storia e uno scrigno da scoprire, “come la cappella di famiglia, dove tutti i pomeriggi ci si riuniva per recitare il rosario, o il salottino giallo della conversazione, gineceo riservato ai ricami e alle chiacchiere femminili, tra un the e l’altro, dove il pavimento originale in pietra pece è rimasto in perfette condizioni, nascosto dalla moquette, mentre le mattonelle in ceramica di Caltagirone erano parte della vecchia cucina in muratura”.

Il percorso culmina nel grande salone delle feste, perfettamente integro dopo l’ultimo restauro che risale a metà Ottocento. Il pavimento, composto da piastrelle di maioliche a tema floreale dipinte a mano, risale alla scuola napoletana di fine Settecento, come riporta il timbro di fabbrica ritrovato sul retro, lo stesso della ditta che ha lavorato alla Reggia di Caserta. Gli affreschi sul soffitto, raffiguranti scene mitologiche, rappresentano il passaggio dal neoclassico al Liberty, e presentano ancora colori vividi nonostante non siano mai stati restaurati. La carta da parati è la stessa di 150 anni fa, ma la cura maniacale e amorevole per i dettagli ha spinto i proprietari a cercare i tendaggi originali ritrovati nelle foto antiche del palazzo: “Fino a qualche anno non c’erano, siamo andati a caccia di questo tesoro perduto nei vecchi bauli del palazzo – racconta Domenico – i tessuti erano molto rovinati e tarlati, eppure le sapienti e amorevoli mani di una sarta del luogo li hanno recuperati facendo un miracolo”.

Tra gli arredi spiccano i lunghi divani in stile neoclassico, due altissime specchiere, gli orologi francesi del ‘700, il lampadario di Murano con un meccanismo di carrucole che consentiva di accendere e spegnere le candele, l’arazzo pure settecentesco fino all’odierna sala da pranzo, detta la “camera degli angeli”, per le decorazioni sul soffitto di putti beneauguranti che attestano come in origine quella fosse una stanza da letto. A leggere le dichiarazioni entusiaste lasciate su internet e sul libro delle visite dai viaggiatori, il successo è trasversale, del resto a Palazzo Arezzo di Trifiletti è consentito rivivere i fasti del passato, come è avvenuto con il “gran ballo di dame e cavalieri” organizzato dalla società di danza, o assistere a curiose “cene con delitto”, tra atmosfere noir e gialli da risolvere, o persino, chiedere di riservarlo per eventi destinati a un numero ristretto di invitati.

In questo caso la storia fa il suo ingresso anche in cucina, con la madre di Domenico che ama preparare le vecchie ricette di famiglia tramandate dai monsù, veri dominus della tradizione patrizia culinaria, nei servizi esclusivi tirati fuori per le occasioni speciali. “Per me – spiega Domenico – la nobiltà è il piacere di tramandare e condividere la storia della nostra famiglia e di questo luogo che la rappresenta”.