Pregiate, belle, uniche in Italia, ancora realizzate con una lavorazione esclusivamente manuale, le pipe di Vincenzo Grenci sono piccoli capolavori che da Brognaturo hanno fatto il giro del mondo

di Federica Certa

Brutto, ruvido, rattrappito. Un pezzo di legno in letargo senza luce e senza sole, sepolto nei recessi acidi di una terra aspra e impenetrabile. La radica di erica, o bruvera, come la chiamano a Brognaturo – paesino di 700 anime sulle Serre calabre, arroccato a 760 metri di montagne fredde e nebbiose nel vibonese – sembra un gigantesco tubero senza senso e senza destino. E invece ha una magia intrinseca, un sortilegio specialissimo, che si fa leggere come la pagina di un libro antico scritto in una lingua sconosciuta, vocali e consonanti fatte di vene e di volute, di ghirigori e linee che scorrono come fiumi. E solcano la superficie scabra. E diventano un’altra cosa.

Pipe, le ultime, le più pregiate, le più belle, le uniche ancora oggi realizzate interamente a mano in Italia. Le pipe di Grenci, da Brognaturo, famose in tutto il mondo, amate e scelte da personaggi celebri che in una nuvola di fumo aromatico hanno fatto un pezzetto di storia. Ognuna diversa dall’altra, ognuna un’opera a sé, coniugata nelle tante forge e dimensioni che Vincenzo Grenci plasma con mani piccole, robuste, callose. Le mani di suo padre Domenico, classe 1920, quello che si era inventato il mestiere, più di mezzo secolo fa, in una bottega di Chicago, Illinois. “Avevo dieci anni quando partii per l’America”, racconta l’artigiano, classe ’50, quattro figli, un laboratorio polveroso, un passato da fotografo, una faccia serena, gentile e il ‘testimone’ ereditato con passione e senso del dovere nel ’97.

Era stato ebanista, apprendista da un famoso scultore locale, il maestro Salvatore Tripodi, a Serra San Bruno. E a otto anni, quasi per caso, aveva fatto la sua prima scultura, il pastore per un presepe. Il suo maestro gli diceva sempre “Nucu, tu farai strada“. Poi, il servizio miliare, in Cavalleria, a Milano, la guerra, il russo imparato per caso in trincea. E infine la decisione di partire: il viaggio oltreoceano, un salto nell’ignoto, un incontro per caso, con il commerciante ebreo Cellini, che raccoglie la sfida di questo ragazzo caparbio, figlio di un sud del mondo geniale e sgangherato: “io queste pipe le so fare meglio”. E gli dà un angolino tutto suo, in un’ala laterale del negozio, con la gente che passa e lo guarda lavorare, silenzioso, accigliato, fiero.
Inizia così la storia di un marchio che è fantasia e perizia, natura benevola e umana pazienza. Inizia nella terra della fortuna che premia sopra ogni cosa il talento, e continua a migliaia di chilometri di distanza, di nuovo su quelle montagne.

“Mio padre pensava continuamente alla Calabria. Da qui si faceva mandare la radica per fare le sue pipe americane, e aveva sempre in mente di tornare”. Succede negli anni ’60, prima a Spadola, poi a Brognaturo, due traslochi e alla fine lo stanzone di via Dante, una casupola bassa alla fine di una strada buia, dove Vincenzo lavora per ore come un dio ingegnoso nel suo antro segreto, Efesto spettinato con un vecchio maglione addosso e poche parole di sostanza, che dicono tutto: “Questa è la mia America”.
Un sistema cervellotico di torni e tubi, di pezzi di legno lasciati ovunque, di ricordi in forma di piccola, prodigiosa conca sono la chiave di violino di questo strano spartito di tabacco e memoria. Una pipa “garantita a vita – assicura – mai una volta che un nostro cliente ce l’abbia rimandata indietro”. Perché si accende ma non brucia. Profuma ma non stordisce.

La virtù è tutta nella materia prima, questa radice temeraria che sopporta temperature altissime senza alterare il gusto del fumo. Ma soprattutto c’è il metodo Grenci, unico e immutato da decenni: prima la raccolta del tubero e del tronco di erica, il primo per fare le pipe, il secondo per le zampogne a cinque canne, uno degli amori di sempre di Vincenzo. Le radici vengono tenute sotto terra, al riparo dai raggi solari, per scongiurare crepe e fratture nel legno, quindi vengono sezionate e portate al taglio, un’arte ancestrale che qui è vocazione millenaria. Si formano così le cosiddette “placche”, che resteranno a bollire ore e ore in grandi caldaie di rame per eliminare ogni residuo di tannino e preservare il bouquet del tabacco.
Infine, dieci anni almeno di lenta stagionatura, secondo lo stile Grenci, che non lascia nulla al caso, non ha fretta e non dimentica la lezione. Nessun’altra pipa ha perfezione, bellezza e purezza come queste. È un lusso per intenditori, e un vanto per una minuscola comunità che si è svelata al mondo nella sua tradizione testarda, ‘confezionata’ in una fodera di velluto verde muschio con una firma dorata.

“E poi seguo l’estro del momento e le venature del legno – spiega candidamente Vincenzo – creando ogni volta un oggetto irripetibile”. Che costa dai 150 ai cinquemila euro, perché gli esemplari più rari, quelli con quattro quarti a occhio di pernice, le caratteristiche macchie tondeggianti, si trovano solo qui. “Ma la pipa più costosa non ho voluto venderla – ammette Vincenzo – neanche al duca di Sforza, nostro affezionato cliente. Non sono riuscito a separarmene”.
Nel suo suk-raffineria mostra modelli sofisticati, improbabili, rustici o leziosi: alcuni li ha inventati lui, altri li ha riveduti e corretti: una “bulldog” da 350 euro, panciuta, avvolgente, pronta per essere spedita a Mr. Bob Reinhart, New York City. O la “Rhodesia”, più squadrata, spigolosa, o ancora quelle con il riccio della radice, lasciata così, rugosa e senza orpelli, come piace a Vincenzo.

Ogni anno producono 300-400 pipe ma – tra rivenditori autorizzati, siti internet e la pagina Facebook dell’azienda – i clienti sono molti meno. “Non tutti capiscono cosa significa fumare una pipa di qualità. È uno strumento per riflettere, uno spazio personale, intimo, per pensare. E purtroppo non si sposa con i nostri tempi, che sono frenetici, veloci, tempi duri, di crisi e di fatica, in cui ogni giorno è una lotta per restare a galla”. Non lo dice con amarezza o con rabbia, Vincenzo. Dei politici, vip e “alti papaveri” che negli anni hanno comprato le sue pipe – da Luciano Lama a Bearzot, da Paolo Berlusconi al procuratore Agostino Cordova – non se ne vanta. Ma su una parete nuda di cemento è appeso un rettangolo di orgoglio che non conosce scalfittura: una vecchia foto in bianco e nero, incorniciata: ci sono il prefetto di Catanzaro, Domenico Grenci e Sandro Pertini, che le pipe di Brognaturo le portava sempre con sé, vizio bonario del partigiano diventato Presidente. Si stringono la mano, sorridono all’obiettivo, Domenico è intimidito ma raggiante. “Lo avevano chiamato perché Pertini voleva incontrarlo – ricorda il figlio – ma quando si presentò all’ingresso del palazzo non volevano farle entrare”.

Il passato è un onere e un privilegio, però non può restare solo un’attrazione per i curiosi che si arrampicano su questi sentieri. “Deve avere un futuro, un luogo dove rinnovarsi – dice Vincenzo – Per questo avrei voluto spostare la produzione da un’altra parte, ristrutturare il laboratorio e trasformarlo in un museo. Ma le istituzioni ci hanno abbandonato, avevano promesso commesse e acquisti ma non si è visto nessuno, e così resto qui e stringo i denti”.
Però una cosa si può fare, semplice e molto, molto ambiziosa: un appello a tutti i possessori di pipe Grenci, per raccoglierle in una collezione temporanea e organizzare una mostra in America. “Io non ho rimpianti, non mi pento di non esserci mai stato, negli Stati Uniti. Ma riportare le nostre pipe lì dove mio padre ha intrapreso la sua strada, con la seconda e la terza generazione, sarebbe una gioia indescrivibile”.

Marzo 2016