È la prima regione italiana per la coltivazione di queste piante originarie dell’Himalaya. Dopo una lunga sperimentazione ora in Calabria è il momento di raccogliere i frutti

di Maria Laura Crescimanno

Foto di Ninco Cannatà e Rosario Privitera

La Calabria detiene un curioso primato: è la prima regione d’Italia per la coltivazione delle bacche di Goji, ma non sempre il prodotto fresco o lavorato riesce a raggiungere i mercati. Anche se di questo piccolo frutto benefico c’è grande richiesta, soprattutto nel nord Italia e nel nord Europa, mercati che, a sentire gli addetti ai lavori, vanno affrontati con un’offerta aggregata e certificata.
A proposito delle piccole bacche rosse “miracolose” che crescono da millenni spontanee nelle valli himalayane e del Tibet, circolano diverse leggende. Si racconta che nel VII secolo dopo Cristo sulle montagne dell’Himalaya, attorno a un pozzo di un tempio buddista, vi erano delle piante le cui bacche mature – non consumate – vi cadevano dentro macerando. I monaci che quotidianamente bevevano l’acqua del pozzo vivevano in ottima salute molto a lungo.
I piccoli frutti rossi del Goji, che amano i terreni salini e le colline impervie, a prima vista simili al pomodorino, resistono bene sia alle gelate che alle annate di siccità. Una pianta rustica, ma anche un vero elisir di lunga vita ad altissimo potere antiossidante, scoperto di recente dalla cosmetica e nelle diete anti-age.
In Italia di frutto fresco se ne coltivano in tutto cento ettari, soprattutto in Lazio e Toscana. Il Goji è una solanacea, stessa famiglia del pomodoro, della patata, della melanzana, necessita dunque di caldo, sole e luce.
Secondo un recente studio dell’ università americana di Boston, se more e mirtilli (piante notoriamente antiossidanti) ottengono punteggi di circa 3.500 orec, (Oxygen Radical Absorbance Capacity) e la melagrana di circa diecimila, alla bacca del Goji viene assegnato un punteggio di ben trentamile Orec. Sufficiente per attribuire al Goji e ai suoi composti la patente di “super food”.
Secondo recenti studi, in effetti, il frutto ridurrebbe la pressione arteriosa in soggetti ipertesi e i livelli di colesterolo. Gli effetti antiossidanti sono riconosciuti, grazie alla presenza di sostanze polifenoliche e di vitamina C, utili nella prevenzione di malattie infiammatorie e del diabete. Anche l’università di Calabria, dipartimento di Farmacia, che si occupa di ricerca applicata e tecnologie d’avanguardia nonché di studi sulla qualità dei prodotti in campo cosmetico e farmaceutico, ha iniziato ad occuparsi del Licyium barbarum, ha esaminato il contenuto di polifenoli, flavonoidi, acido ascorbico, e ha verificato l’eccezionale attività anti-ossidante delle bacche.
Circa cinque anni fa alcuni produttori pionieri della piana di Sibari hanno iniziato a coltivarle in modo sperimentale, selezionando 150 mila piante distribuite su quaranta ettari. Adesso iniziano in concreto a raccogliere i primi frutti, anche se non è facile, in un mondo globalizzato, da soli raggiungere gli sbocchi di mercato. Già, perché la grande distribuzione è invasa da prodotto essiccato che arriva dalla Cina che spesso è stato trattato con agenti chimici in virtù delle differenti legislazioni esistenti. Da qui l’esigenza di un prodotto italiano controllato. Per questo nasce in Calabria nel 2014 la rete di imprese “Lykion” che annovera già decine di agricoltori del centro Italia che coltivano il Goji in biologico.
Spiega il responsabile della rete d’imprese Likion di Villa San Giovanni, Salvatore Privitera: “In merito al bio solo la filiera multiregionale a marchio Goji italiano è certificata ed affidabile. Dalla Calabria infatti è partita qualche anno fa la sfida del marchio di qualità ‘Goji italiano’ grazie a una decina di aziende del centro sud che coltivano il Lycium barbarum selezionato, e producono le rinomate e preziose bacche fresche e di alta qualità. Tuttavia, in Calabria il problema del prodotto che resta ancora invenduto esiste per la nota difficoltà dei calabresi a fare rete, soprattutto le micro imprese. Diciamo che su quaranta ettari, trenta sono produttivi, dieci inizieranno a produrre l’anno prossimo, ma dei trenta ettari produttivi soltanto il settanta per cento circa della produzione viene venduta o trasformata”.
La maggior parte della produzione italiana viene già venduta al nord nelle grandi catene dei supermercati come prodotto fresco, riscontrando un notevole interesse, al punto che oggi si è ben lontani dal soddisfare la domanda della grande distribuzione.
Come spiegano i produttori – che hanno scommesso anni di lavoro sulla sperimentazione – adesso cominciano ad arrivare richieste anche dai mercati svizzero, tedesco, francese e britannico. Anche le prime prove di trasformazione in marmellata, canditi, creme di bellezza, stanno dando risultati incoraggianti.
“Le bacche, che si raccolgono rigorosamente a mano, vengono commercializzate per lo più all’ estero”, conferma una delle produttrici della piana di Sibari, Gabriella Martilotti. La sua azienda, tutta a conduzione femminile, si trova a Conigliano Calabro, dove storicamente si producevano arance e clementine, e ha introdotto in questi anni tremila piantine di bacche di Goji.
Oggi le bacche calabresi per il sessanta per cento trovano posto sul mercato del fresco, in vaschette da ottanta grammi, mentre per il quaranta per cento circa vanno sul mercato del trasformato: vengono utilizzate per marmellate, pasta fresca e secca, liofilizzati, olii essenziali, sughi, composte e canditi, gelati e prodotti artigianali. Ma sono anche richieste dagli chef per la ristorazione, attratti anche da foglie e germogli che possono essere impiegati come coloranti naturali, tè e tisane.
Il rosso acceso e le proprietà salutistiche attirano molto gli chef calabresi che, con successo, stanno portando le bacche di Goji trasformate sulle tavole dei turisti e dei gourmet italiani. Un’azienda agricola di Rossano Calabro ha da alcuni anni aperto alle visite dei turisti curiosi, offrendo infusi e tisane di Goji, zenzero, buccia d’arancia e chiodi di garofano. Tutto rigorosamente calabresi, come anche i prodotti trasformati, conserve e marmellate di bacche di Goji e mele da acquistare, ottime per smorzare il gusto intenso del suino quando arriva a tavola.
Per sbizzarrirsi sul versante food basta guardare in rete. Molti chef, che mettono le migliori video ricette sui social, sono ormai convinti che il frutto fresco trasformato debba entrare nelle preparazioni quotidiane. Solo alcuni nomi eccellenti: Enzo Cannatà, sul web noto come lo chef identitario, e lo stellato Riccardo Sculli di Marina di Gioiosa Ionica. Mentre un canale tv, Tele SUD 656, propone originali videoricette quotidiane, dalla pasta ai dolci. Un esempio di successo che forse ci ha stupiti sulle tavole di Natale? Il pangoji di Stella Fiorino, la pastry chef calabrese di Palmi. È lei l’autrice del pane al bergamotto e olio di oliva, con la composta di Goji nell’impasto e in più la crema di bergamotto. Novità che ha già vinto diversi premi e comincia a essere richiesta anche al Nord Italia e in Francia.

Marzo 2018