Artigianale, a km zero, creativa. Così una pattuglia di giovani calabresi sta dando vita ad un vero e proprio movimento di nuovi maestri birrai. Un modo per creare lavoro e valorizzare la propria terra

di Guido Fiorito

“E vado dal Barone ma non gioco a dama e bevo birra chiara in lattina”, cantava Rino Gaetano. Se oggi fosse vivo ordinerebbe birra artigianale calabra. Hanno iniziato quasi tutti come homebrewer, realizzando birra per diletto nella propria casa. Adesso guidano piccole aziende. Sono i maestri birrai calabresi. Un movimento che si sta affermando, in un Paese, l’Italia, in cui i consumi sono ormai vicini a quelli del vino: 33 litri pro capite contro 31,5 della birra, secondo l’Osservatorio della Fondazione Birra Moretti.
Alcuni hanno scommesso su se stessi cambiando lavoro. Per esempio il cosentino Eraldo Corti, 47 anni, per venti anni programmatore informatico, che ha vinto un prestigioso premio pari merito alla “Nazionale” del grande Teo Musso, il piemontese della Baladin, padre di tutti i birrai italiani. La “Trupija” (in dialetto tempesta estiva) di Corti è stata prima classificata nella categoria “chiare, alta fermentazione, basso grado alcolico, di ispirazione belga” al concorso Birra dell’anno 2017, promosso da Unionbirrai, l’Oscar italiano del settore.
“Come informatico – racconta nel suo birrificio di Nocera Terinese – sono stato tra i primi a vedere internet e mi sono interessato a ciò che c’era sulla birra. Ho aperto un blog, nabirra.net, nel 2006. Ho fatto corsi in birrifici. Ma avevo famiglia e tre figli, non mi sentivo di abbandonare un lavoro ben pagato che mi piaceva. Poi mia moglie ha lasciato il lavoro e abbiamo aperto Na birra, il primo beer shop in Calabria, al quale poi abbiamo aggiunto un ristorante. Dove ho venduto la mia prima birra”.
L’incontro con Marco Ferrini, marchigiano figlio di una calabrese di Nocera Terinese, interessato a realizzare un birrificio, è la svolta. Nasce ‘A Magara. “Abbiamo aperto quattro anni fa. Ho lasciato il lavoro, una scelta sofferta”. Le birre di Eraldo sono caratterizzate da etichette allegre. “Non mi bastano 24 ore al giorno. Oltre il birraio, faccio l’informatico e il grafico. La birra non è il vino, ha valenza socializzante e di relax. Quindi un logo ed etichette che strizzano l’occhio ai manga, i fumetti giapponesi con cui siamo cresciuti. In più un nome in dialetto perché teniamo a rappresentare il nostro territorio: A Magara, la strega, figura popolare in tutto il Sud Italia”.
Birra anche per non lasciare la Calabria. Un esempio è quello di Anselmo Verrino, 32 anni, che ha messo da parte la laurea in Ingegneria informatica e bioetica per dedicarsi al birrificio Gladium di Zagarise. “La laurea mi serve, per esempio per le competenze chimiche. Lavorare qui non è facile ma è possibile. Bisogna superare tanti ostacoli, burocratici, collegamenti, trasporti. Il mio stile? Birre che siano accessibili a tutti senza estremismi, equilibrate, né troppo amare né troppo alcol. Vendiamo anche in Sicilia, Puglia, a Roma”. Con la birra Symphony ha vinto a Perugia il premio eccellenza di Cerevisia 2017.
Oppure birra per tornare in Calabria. I fratelli Pasquale, 62 anni, e Francesco, 58 anni, Barritta hanno vissuto per quarant’anni in America (1965-2005) lavorando in un birrificio del New Jersey. Sono tornati e hanno aperto il birrificio Cunegonda a Spilinga. “La Calabria – racconta Pasquale – mi ha sorpreso in positivo e in negativo. Positiva la sua grande storia e la gastronomia. E poi la natura. In un’ora passi dal mare in montagna. Ma la gente ha una mentalità difficile. Ci sono discariche a cielo aperto. Così non si può attirare turismo internazionale. La birra ci ha dato grandi soddisfazioni, ma ci sono momenti in cui mi pento di essere tornato”.
Anche Nicola Ferrentino, 42 anni, fondatore del birrificio Limen a Siderno, è tornato a casa. “Lavoravo a Reggio Emilia in un’industria di calcestruzzo, quando mi hanno messo in cassa integrazione. Ho deciso di tornare e aprire il birrificio, quello che mi sarebbe sempre piaciuto fare. Ho ricevuto la licenza nel 2013. Sono stati anni duri, con mia moglie abbiamo investito i risparmi. Adesso le cose vanno meglio, la birra si vende. Faccio birre in stile anglo-americane molto luppolate; non è stato facile farle apprezzare, la gente è abituata a birre anonime. Mia moglie è di Siderno, io della Piana da cui l’idea di chiamare il birrificio Limen, confine tra due mari”.
Gianfranco Blandino ha aperto un birrificio a Strongoli Marina. Ovvero Il coraggio di far birra nelle terre del Cirò, il primo doc calabro. “Vengo dal mondo del vino. Avevo uliveti e vigneti ma qui sorgono una cinquantina di imprese di vini e quindi ho scelto la birra, nel Crotonese ci sono solo io. Pian piano la gente sta capendo il valore della birra artigianale e il fatto che può costare come una bottiglia di vino”.
Ferdinando Polito, 39 anni, ha lasciato la Lombardia e un impiego alla Finanza per occuparsi del negozio di design di famiglia a Reggio e per aprire, con il fratello Dario, 27 anni, il Birrificio Reggino a Gallico. “Spero che tanti giovani rimangano in Calabria per sfruttare i tesori della nostra terra. Io lo faccio con orgoglio. La prima birra l’abbiamo realizzata un anno fa. Facciamo tante visite guidate in birrificio con assaggio delle materie prime perché il segreto è la qualità”.
Francesco Donato è uno dei motori del mondo della birra del Sud Italia, promotore e imprenditore di pub (Malto Gradimento a Reggio) e pizzerie (Lievito) birresche, di beer firm e corsi per homebrewers, blogger (beeremotion.it). Laurea in economia e chitarrista rock. “In Calabria – dice – il movimento della birra artigianale è partito più tardi ma è in trend positivo. Un paio di aziende fanno prodotti molto buoni che esportano fuori, alcuni per ragioni di mercato si attestano su birre più facili. Un limite è che ci sono più birrifici che beer shop ma la gente sta imparando ad amare la birra artigianale”.
Dai consigli e concorsi di Donato proviene Demetrio Crea, 29 anni, maestro birraio del pub “Gli sbronzi” di Reggio, che ammicca con ironia nel nome alle statue di Riace cui sono dedicate due birre, la Kairos e la Anfiarao. Senza più lavoro da geometra ha scelto la birra. “Faccio birra alla spina a chilometro zero, l’impianto è nel pub e mi occupo dell’abbinamento con i cibi”.
Un elemento importante è l’uso di prodotti del territorio, come il peperoncino. Demetrio Crea produce la birra Kairos con grano e bergamotto reggini. A’ Magara per la birra Jumara (pale ale) usa un suo piccolo luppoleto. “È importante – spiega Corti – creare una filiera, c’è chi pensa di coltivare anche il malto. Vogliamo arrivare a un prodotto cento per cento calabrese. L’anno scorso abbiamo utilizzato una tonnellata di grano duro calabrese invece di prenderlo dalla Germania. Usiamo bucce d’arance locali, vogliamo dare un’immagine positiva della Calabria. Siamo stati premiati a Barcellona e Bruxelles, stiamo esportando in Australia e in Spagna. Abbiamo prodotto 230 ettolitri nel 2016, quest’anno andremo oltre quattrocento”.

Settembre 2017