Arrivato a catania qasi trent’anni fa per studiare l’Etna, Boris Behncke non se n’è più andato e oggi quando parla di sé dice “noi catanesi”. Vulcanologo dell’Ingv, si occupa di spiegare “a muntagna” nelle scuole e agli stranieri. E soprattutto, sogna di non partire mai più

di Fabio Albanese
foto di Boris Behncke

Il suo viaggio in Italia, da buon tedesco, lo ha fatto al termine dei suoi studi. Era il 1989. Lo ha «fregato» l’ultima tappa, quella in Sicilia, sull’Etna, «e proprio in quei dieci giorni di settembre in cui era in corso una spettacolare eruzione» che, evidentemente, gli ha cambiato la vita. O quanto meno gli ha dato quella spinta definitiva a fare di questo pezzo di Sicilia, tanto celebrato e tanto amato, la sua casa, il suo lavoro, e anche a metterci su famiglia.

Boris Behncke, vulcanologo “precario” dell’Osservatorio etneo dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, aveva ventisette anni quando capì che quella per l’Etna non era solo la curiosità scientifica di chi ha dedicato i suoi studi alla geologia e alla vulcanologia, ma un vero e proprio amore che lo ha trasformato, ora che di anni ne ha 56, in un siciliano dall’accento tedesco, che dice «noi catanesi», e che come ogni catanese guarda «’a muntagna» dal balcone di casa ogni mattina. Uno che per spiegare ai ragazzi delle scuole o ai colleghi che lo ascoltano che si è aperto un piccolo, nuovo cratere alla base dello storico “Sud Est”, dice che si è aperto un «puttusiddu» e che, quando accanto se ne è aperto un altro, lo ha battezzato semplicemente «n’autru puttusiddu». E lo ha pure scritto sulle carte topografiche che proietta nelle sue lezioni.

E dunque, ogni volta che qualcuno gli chiede perché un tedesco di Francoforte – e poi di Colonia, «che è la Catania di Germania», e di Bochum, e di Kiel dove ha completato i suoi studi – faccia il migrante “comunitario” al contrario, ride e sornione risponde: «Non sono il solo, conosco tanti, soprattutto tedeschi, che si sono trasferiti qui». Gli altri, magari non proprio per l’Etna. Ma lui, che pure la sua tesi di laurea in Scienze geologiche all’Università di Bochum, nella lontanissima Ruhr, la fece proprio su un pezzo di Sicilia sud orientale, i Monti Iblei, e che a quel tempo non poteva proprio immaginare quale sarebbe stato il suo destino, sembra non volesse stare in un’altra parte del mondo che non fosse questa.

Perchè? «Perchè sto cercando ancora di capirla e di conoscerla, l’Etna. Magari, conoscerla un po’ ormai la conosco. Ma capirla mi sembra ancora difficile. Da bambino mi interessavo di vulcani e in Germania non è che ci sia tutta questa eccitazione per i vulcani. Però si sentiva sempre parlare dell’Etna e quindi avevo già un certo livello di attenzione. Poi, da universitario ho fatto quel viaggio per i vulcani italiani mettendo l’Etna come ultima tappa e destino volle che mi trovai nel pieno della spettacolare eruzione del settembre 1989 con parossismi, fontane di lava, colonne di cenere e che poi si trasformò in eruzione laterale; tutto nei giorni in cui ero lì. Una cosa affascinante e traumatica, un sogno che si è trasformato bruscamente in realtà. E sono dovuto tornare altre volte, anche con l’Etna in stato di quiete, per averne un’immagine più chiara. Così è cresciuta l’idea di restare qui. Poi è arrivata la proposta di tre anni di dottorato di ricerca a Catania, che ho iniziato nel 1998. Mi sono trasferito e non sono più andato via. Qui mi sono fatto anche la famiglia, sebbene con un’altra “immigrata” visto che mia moglie Catherine è francese; l’ho incontrata alle Eolie, dove lei era in vacanza perché ama pure lei i vulcani, e io guidavo la sua escursione».

Un amore di fuoco e lava, insomma, da cui è nata Ida che oggi ha quasi tredici anni, parla correntemente italiano e francese e studia inglese e tedesco: «Le lingue le servono, possono darle una prospettiva, un futuro anche se restasse qui». Boris, come tutti ormai lo chiamano, non solo i colleghi dell’Ingv ma anche le migliaia di follower sui social che a ogni sbuffata del vulcano lo interpellano e gli chiedono notizie e consigli, è diventato il divulgatore per antonomasia dell’Osservatorio etneo.

È lui, soprattutto lui, che va per scuole e seminari a parlare della “Muntagna”, affascinando l’uditorio con il suo modo schietto e diretto di parlare: «Ho sempre avuto una passione per la comunicazione, ho fatto io uno dei primi siti internet sui vulcani, vent’anni fa. Nella grande eruzione del 2001 ero l’unico vulcanologo tedesco in zona e i media tedeschi cercavano me; poi mi è stato chiesto di fare presentazioni per i visitatori americani, poi le scuole, e piano piano ho sviluppato qualcosa che ha preso forma e sta funzionando. Ricordo però ancora una presentazione in un istituto tecnico di Acireale dopo l’eruzione del 2002-2003. Ero terrorizzato. Pensavo di dover parlare a studenti poco attenti, distratti dai telefonini; invece mi sono trovato davanti a settanta ragazzi che volevano sapere, perché avevano vissuto i mesi di quella eruzione, Piano Provenzana distrutta, la cenere che cadeva sulle città, e si sentivano in giro tante bufale. C’era questo grandissimo bisogno di conoscere e questo fu per me un momento cruciale; quando poi ho cominciato a usare qualche parola in siciliano, mi sono reso conto che questo crea un rapporto diretto che calamita l’uditorio».

Un vulcanologo che lavora su un vulcano tra i più attivi al mondo ha visto tanto e ha tanto da raccontare. Per lo studioso Behncke gli anni sull’Etna hanno un prima e un dopo. «I miei primi anni erano tutti concentrati sulla zona sommitale. Ma fino alla centesima volta, dopodichè ho smesso di contare, ed era l’autunno del 2000. Poi ho cominciato a scoprire che c’era anche altro, i fianchi, la Valle del Bove, i diversi versanti, le colate vecchie e nuove, i conetti, i piccoli crateri “figli di mamma Etna”. Mi ero dato come scopo di visitarli tutti in quei tre anni di dottorato, perché non sapevo se poi sarei rimasto; ma ancora oggi me ne mancano alcuni. Ho scoperto che l’Etna è molto più dei soli crateri, anche se la gente ha questa fissa di salire in cima».

E con quali emozioni un vulcanologo vive il suo lavoro? «Le prime volte ero anche molto spensierato, se questa cosa mi deve uccidere va bene, mi dicevo. La paura è arrivata solo dopo, quando ho scoperto quali fossero davvero i limiti, che ci devono essere anche per un vulcanologo così come per un frequentatore della montagna; in più, l’Etna è una montagna tutta sola, che non ne ha altre attorno che possano attenuare i fenomeni, e questo fa si che le condizioni meteo mutino rapidamente e possano comportare dei rischi. Un pericolo poco percepito dai visitatori e anche dai locali». Non l’unico. Il 16 marzo dell’anno scorso c’è stato un incidente sull’Etna di cui ha parlato mezzo mondo: la colata lavica, a contatto con la neve, ha provocato una forte esplosione. Lui quella mattina era lì, con una troupe della Bbc; e c’erano pure tanti turisti. Ci furono dei feriti, lui stesso si fece male, la troupe riprese in diretta e le immagini fecero il giro del mondo. «Fu un fatto imprevedibile, che conferma come l’Etna vada frequentata con rispetto e con attenzione».

Ma anche se qualche volta fa male, è difficile staccarsene. E lo ha scoperto pure lui: se non sull’Etna, dove? «C’era un progetto per il Merapi, sull’isola di Giava, ma anche se mi offrissero un posto pagato bene, e non precario come qui, sarei molto selettivo. Islanda no, troppo freddo, poco sole. Sull’isola caraibica di Montserrat? E che ci andiamo a fare? Stiamo su una spiaggia, ci fumiamo una canna dopo l’altra, ascoltiamo il reggae? Non lo so, trovare un connubio tra interesse scientifico, bellezza dei luoghi e prospettive per la famiglia, non è facile».

Dunque l’Etna, la Sicilia. «E non è vero che qui non cambia mai nulla, come dicono i siciliani; il mio doppio ruolo, di straniero e di locale, mi permette di dire che in questi trent’anni tante cose sono cambiate, lentamente ma è successo: il ruolo della donna, per esempio, le ragazze sono cambiate; e se penso a cosa era Catania negli anni ‘80…». Il rapporto con il vulcano, però, non è cambiato. «L’Etna è una mamma, e i catanesi hanno con lei un rapporto viscerale. Se si guarda da Acireale o da Riposto ha queste forme che sembrano volere abbracciare. La gente ha paura del terremoto e teme che sia l’Etna a provocarli, ma ha anche rispetto per questa mamma, che dà sicurezza e protezione, come la mamma nostra che dice “picciriddu iu ca sugnu, non ti preoccupari”. La mamma può essere anche “incazzusa” ma tutti noi vorremmo non morisse mai». Restare, andare via. Alla fine della carriera dove si immagina il vulcanologo tedesco che ama la Sicilia? «Chi lo sa. Potrebbe anche essere che un giorno sarò sul terrazzo di casa, a guardare l’Etna con un bicchiere di vino in mano, e chiuderò gli occhi».