di Francesco Bevilacqua

“Ti avverto, chiunque tu sia. / Oh tu che desideri sondare gli Arcani della Natura, / se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi / non potrai trovarlo nemmeno fuori. / Se ignori le meraviglie della tua casa, / come pretendi di trovare altre meraviglie? / In te si trova occulto il Tesoro degli Dei. / Oh! Uomo conosci te stesso e conoscerai l’Universo e gli Dei.” Si, lo so che l’ammonimento dell’Oracolo di Delfi è un incitamento alla temperanza e alla moderazione (sophrosyne) in opposizione alla tracotanza e all’insolenza (hybris) di chi vuol farsi Dio. Ma stamane il motto antico mi ridesta altri pensieri, mentre torno a visitare le meraviglie di una delle mie case. Che sta fuori di me (è oggetto, direbbero i filosofi) ma nello stesso tempo è dentro di me (nel soggetto). Le punte avanzate della teologia, della filosofia e della fisica, sono ormai giunte alla conclusione eretica (ma pure presente in parte della filosofia antica) che non v’è differenza tra soggetto e oggetto, che essi sono congeneri, che l’uno partecipa dell’altro. Una visione come questa abrogherebbe l’antropocentrismo e porterebbe alla pacificazione del mondo.
La mia casa è oggi il Bosco del Corvo, l’antica foresta di pini larici e faggi che si estende sulla sponda sud del Lago Cecita, in Sila Grande. Cammino in questo disambientato paesaggio nordico scagliato nel cuore del Mediterraneo con animo malinconico. Non sono né un vitalista né un ottimista. Tutto quel che mi accade intorno, piccolo o grande che sia, contribuisce a questo mio stato. Non posso farci nulla. E tuttavia sono temperante e moderato. Aborrisco la presunzione di farmi Dio – che è tipica dell’uomo contemporaneo –. Anzi, considero questi alberi magnifici che mi sfilano accanto, e questi massi di granito che giacciono qui da millenni, e quest’aria limpida, e tutte le altre meravigliose creature che abitano il bosco, miei pari. Non credo nella superiorità dell’uomo. Non penso, come Bacone, che scientia est potentia.
Il cielo, sopra di me, percepisce la mia malinconia. E’ reso invisibile da un soffitto di grigie nubi brontolanti. Ma mentre cammino lungo il sentiero, e respiro a pieni polmoni l’odore di resina che emana dai pini, una serenità nuova si insedia nel mio cuore. E alle rupi panoramiche, sulla spalla di Cozzo del Principe, la visione estatica che si squaderna dinanzi ai miei occhi, dirada il male di essere. Incorniciata fra i rami dei pini compare la macchia slabrata del Lago Cecita che oggi assume un irreale color pistacchio. Mentre osservo rapito, d’improvviso, le nubi si sfilacciano, come per rispondere ad un mio desiderio inespresso.
Poi su, ripidamente, nelle navate primordiali dell’antica selva dei Bruzi, sino alla sommità di Cozzo del Principe. Ove allignano giganti arborei dalle forme bizzarre, silenziosi e immobili da secoli. E poi avanti, verso il grande altopiano di Macchialonga, racchiuso fra le cime di Cozzo di Principe, Monte Pettinascura e Serra Ripollata. Si spandono come un immenso tappeto di velluto cangiante i prati, picchiettati di una miriade di fiori policromi. Con a capo il giallo abbagliante delle ginestre. E’ il sole, che ormai splende glorioso, a rispecchiarsi nei fiori. E a diffondere dappertutto quel senso di benigno mistero che il britannico Norman Douglas notò come dato distintitivo delle foreste calabre in confronto alle selve, tristi e brumose, delle Alpi e del resto d’Europa. Mi domando se è il paesaggio che influenza l’animo dell’uomo o se, a volte, non sia l’animo umano a mutare il paesaggio!
Attraversiamo senza fretta le pingui praterie che accolgono le prime mandrie transumanti. La foresta che ci ha condotto qui e che ora ci circonda è l’ombra della nostra psiche. Il sole che splende sui prati, invece, è la luce. L’acqua dei ruscelli è il liquido segreto che scorre nelle vene della Terra Madre e scende a irrorare dall’interno i nostri corpi. Uno scambio di umori, fra la terra e noi, di cui nessuno comprende il significato. Il profumo dei fiori è un altro scambio, un’altra relazione. La fatica del cammino è metafora del nostro essere nel mondo, come direbbe, forse, Martin Heidegger, se potesse vederci sudare lungo la pendice assolata. Un grosso rospo smarrito nell’erba è il nostro destino di eterni viandanti di noi stessi, come penserebbe Fernando Pessoa. Due poiane nel cielo ci ricordano che la realtà è fatta anche di ciò che non puoi vedere, che non puoi penetrare, non puoi imprigionare. I grandi pini larici stanno, da secoli, a conservare il legame segreto fra la terra e il cielo.
Ogni cosa accade perché deve accadere. E’ il principio di necessità dell’antica cultura greca. Il “conosci te stesso” dell’oracolo significa forse, semplicemente, “lascia che accada quel che deve accadere”, asseconda la tua autorealizzazione. Dalla sommità di Serra Ripollata, dove il mondo intero si apre ai miei piedi, osservo un paesaggio che è anche il mio daimon, il mio destino ancora incompiuto.

Luglio 2017