di Mario Genco

Era il luglio del 1811 e Palermo aveva ancora una delle più attive flotte corsare del Mediterraneo. Sempre esistititi, da secoli, vascelli e capitani siciliani che fossero usciti “in corso”, come si diceva, con lettere di marca a rendere legale e perfino benemerita la loro sostanziale attività di predoni di mare: ma nei quindici anni in cui il re Borbone era stato sfrattato dal suopezzo d’Italia continentale e ridotto dai Francesi di Napoleone a regnare sulla sola Sicilia e due o tre isolette campane, il loro numero era straordinariamente cresciuto e le loro scorribande armate erano diventate una fonte cospicua di affari e di denaro per una affollata schiera di intraprendenti commercianti-armatori.

Nel primo quindicennio dell’Ottocento, dai non sempre organicamente ordinati fascicoli dell’Archivio di Stato, vengono fuori documenti che riguardano non meno di cento bastimenti armati per la guerra di corsa, più di duecento capitani corsari e almeno altre tre centinaia fra ufficiali e sottufficiali (cannonieri, maestri d’arme, nostromi, mastri d’ascia, timonieri, dispensieri). Sparpagliati fra i documenti, nomi di armatori e loro prestanome, fideiussori, agenti e rappresentanti dell’intera attività economico-finanziaria che aveva a che fare con il commercio marittimo: dal principe all’ufficiale della marina da guerra, dall’avvocato al commerciante, alle spose e vedove di gente di mare.

Era, insomma, un gran giro d’affari. Ma i conti erano in nero o in rosso? Per capirne un po’ di più, forse, diamo uno sguardo al bilancio finale della crociera corsara dello sciabecco Maria Carolina, presentato dall’armatore Antonino Scobel – importante commerciante siculo-maltese –a don Vincenzo Spiriti, segretario del Tribunale delle Prede, che era il foro competente. Era il bilancio delle vendite all’asta delle prede catturate dal capitano Giuseppe Fanciullo durante l’ultima crociera. Lo sciabecco Maria Carolina era un bastimento «di conto regio», cioè faceva parte della flottiglia corsara gestita dal tenente colonnello Giuseppe Castrone, capodell’Alta Polizia e soprattutto uomo fidato della regina Maria Carolina, che era la vera padrona.

Non sappiamo se tre o quattro anni dopo il bastimento fosse ancora armato per conto di casa reale o se fosse stato venduto,come di solito accadeva al termine di una crociera: comunque, aveva conservato il nome (che era quello della sovrana, perciò praticamente insostituibile), ilcapitano era stato ed era Giuseppe Fanciullo, del quale Michele era fratello. Il ricavato delle vendite all’asta era stato di poco meno di quattromila onze (dedotti i diritti del Tribunale e la decima «per la Regia Corte») e le spese di armamento (prezzo del bastimento, vettovagliamento, munizioni, diritti vari) erano state di poco più di 3.600 onze: guadagno netto di 380 onze, quasi il dieci per centodell’investimento, escluso il valore del bastimento valutato in mille onze che furono sommate al guadagnofinale.

Il guadagno perciò fu calcolato in 1380 onze, da dividere a metà fra l’armatore e l’equipaggio. Un euro equivarrebbe oggi a quaranta onze. Il Maria Carolina era uno sciabecco di grosso tonnellaggio, con tre alberi e adatto a tenere il maregrosso anche d’inverno: stagione con scarsissima attività corsara. Aveva 67 uomini di equipaggio capitano compreso e fra questi fu diviso il guadagno secondo le parti che competevano a ciascuno. Com’è ovvio, la quota più cospicua toccò al capitano Giuseppe Fanciullo, che aveva diritto a diciotto parti: incassò quasi ottanta onze, circa 3.160 euro, che in fondo non erano granché per tre mesi almeno di lavoro.

Ma va tenuto conto che capitani, ufficiali, sottufficiali e anche qualche marinaio, riuscivano spesso ad arrotondare il guadagno vendendo sottobanco parti del carico predato o intascando direttamente le somme sequestrate ai depredati. I due tenenti, uno dei quali era Michele Fanciullo fratello del capitano, e l’altro Giovanbattista Rossi, che sarebbe stato anche lui un avventuroso comandante corsaro, ebbero diritto a otto parti: 35 onze (1400 euro). Lo scrivano, e i due capitani di preda (comandavano i bastimenti catturati e mandati a Palermo), sei parti: 26 onze (1040 euro).

Il nostromo cinque parti: 22 onze (840 euro). Seguivano i maestri d’arma, il padrone di lancia, il mastro di stiva, il dispensiere, il maestro d’ascia, i gabbieri (marinai scelti e abili per le manovre più alte sugli alberi), con due o tre parti, da 13 a 10 onze. Infine i quarantacinque marinai semplici, che ingaggiati per una sola parte: 4 onze, 11 tarì, 17 grana, 5 piccioli. Una paga da disperati: poco più di 160 euro, per tre mesi di quel lavoro a rischio vita. Non era solo l’equipaggio imbarcato a ricevere la sua parte. Ne toccava una anche al cappellano che, a terra, si impegnava a celebrare «per tutto il tempo della crociera le messe per le Anime del Purgatorio e a cautela».

Le fonti. Archivio di Stato di Palermo. Fondo Consultore del Governo: Atti. Memoriali, Relazioni, Delegazioni Speciali sulle prede marittime, anni 1794 1813; filze da 263 a 270