In un capannone all’Arenella a Palermo due velisti con un palmarès da campioni hanno dato vita a una veleria unica in Sicilia. Il segreto? Tanta esperienza di mare e tecnologia d’avanguardia

di Federica Certa
foto Igor Petyx

Nel capannone da trecento metri quadri di via Papa Sergio, nel cuore operoso dell’Arenella, è già estate. Non si vede il mare, ma si sente mugghiare, nei grandi fazzoletti bianchi distesi per terra che aspettano di essere tagliati, cuciti, assemblati e prendere la via delle onde. “Millennium Technology center” è una fabbrica all’avanguardia, di vele. E un po’ anche di sogni. Di gare all’ultimo miglio e di solitudini all’ultimo orizzonte, per sport e per passione, per vincere e per perdersi. I palermitani Gabriele Bruni – per gli amici “Ganga” – e Giuseppe Leonardi – “Paletta” – rispettivamente classe ’74 e ’65, economista e chirurgo mancati, velisti e velai, uomini di mare ma anche imprenditori, amici da una vita, nemici della burrasca e dei bilanci storti, si sono messi insieme nei primi anni ’90, e dagli inizi corsari, con una piccola macchina da cucire Singer, sono arrivati, nel 2016, a rappresentare per tutto il sud Italia la società toscana “Millennium” – leader del mercato su base nazionale e all’estero – e a conquistarsi una buona fetta di referenti siciliani e un cinquanta per cento di clienti sparsi per il mondo.

“Il più importante? – sorride Giuseppe – Il sultano dell’Oman, per il quale abbiamo cominciato a lavorare un anno e mezzo fa. Ha un doha da sessanta metri, tutto in teck, con rifiniture dorate, una barca incredibile. Un anno e mezzo, quindici vele e non abbiamo ancora finito, perché gli omaniti continuano a rifare i motori, cambiare gli equipaggiamenti, insomma, c’è sempre bisogno di noi. Fortuna che, sul piano delle differenze culturali, avere a che fare con i musulmani non è stato particolarmente difficile. Sono lenti e se la prendono comodi come noi – scherza Giuseppe – Ci dicevano ‘mi raccomando, tutto pronto entro un mese, e poi i mesi erano tre’”.

E ancora, clienti inglesi, francesi, vele da regata e da crociera, in poliestere, materiali aramidici o carbonio, a pannelli e a membrana. Qui, all’Arenella, Bruni e Leonardi sono come sarti, che la barca la studiano come una donna, con le sue curve da assecondare e celebrare. E la vela la disegnano come un vestito. Dal primo tratto composto al computer come un misterioso mosaico tridimensionale alle fasi manuali del taglio al plotter, un bestione da dodici metri che sembra un incrocio tra il tavolo di un architetto e la chiglia di un transatlantico spiaggiato. E ancora la cucitura, con filo, biadesivo e strisce blu “di forma”, le cosiddette strisce “del grasso”, tutt’altro che un dettaglio decorativo ma una bussola preziosa per conoscere la massima profondità che può raggiungere la vela, ovvero fino a quanto può spingersi il suo grembo concavo, pronto ad accogliere e sfruttare il vento, come il bravo marinaio.

“Da velisti a velaio il passo è stato breve – raccontano i due soci – Un po’ come i piloti di Formula Uno, che non possono fare a meno di capire di motori e di meccanica.  E poi lavorare alla produzione non ci ha allontanati dal mare, continuiamo a gareggiare, spesso anche insieme”. L’ultima regata l’hanno affrontata nelle acque del golfo di Napoli, trenta ore, centocinquanta miglia a bordo della “Endlessgame”, lo stesso Cookson 50 che lo scorso novembre, nella Middle Sea Race, aveva fatto capitolare le vele di Gabriele e Giuseppe sotto i colpi sferzanti di una burrasca di maestrale impietosa, fino alla resa tra Palermo e San Vito Lo Capo.

Più che soci, compagni di avventura, sempre e comunque, perché il mare, più che amici, rende fratelli. Gabriele che va in giro a concludere affari, ma non si perde una gara: olimpionico dal ’96 al 2004, campione mondiale in classe 49, in Coppa America dal 2005 al 2007, nel team italiano +39 Challenge, membro del Team Azzurra nella Louis Vuitton Cup nel 2009 e nel 2010; allenatore dell’Optimist Team italiano e della classe Nacra 17 per il team olimpionico azzurro. Giuseppe che presidia la “bottega” e lo raggiunge in mare appena può, anche lui forte di un palmares nelle maggiori regate mondiali, dall’America’s Cup – Team Prada nel 2003 e Team + 39 Challenge nel 2006 – al Mondiale Mumm 36; dalla Louis Vuitton Pacific Series alla Sydney Hobart, dalla Middle Sea Race alla Sardinia Cup.

Al suo fianco Emanuela Tripodo, compagna sul lavoro e nella vita, che di vento e di vele sapeva poco e niente, prima di incontrare sulla sua strada un lupo di mare con trent’anni di bolina alle spalle.  In tre fanno una squadra da medaglia d’oro, con un entusiasmo da ragazzini e gli auspici del Moai, il silente e coriaceo totem dell’Isola di Pasqua che veglia nell’ufficetto dove si fanno i conti e si prendono gli appuntamenti. E quando serve i ritmi virano al cardiopalma. “Se il peggior nemico di un velista è la burrasca – dicono all’unisono i due velai – il nostro è la fretta.

A volte i clienti sembra che vadano in letargo. Arriva la bella stagione, si svegliano e vogliono il lavoro consegnato in tempi strettissimi”. Così se la norma è impiegare quindici giorni per realizzare tre vele, può capitare che per produrne una sola, una Gennaker per la “lunga dei tre golfi”, si debba faticare, letteralmente, con l’acqua alla gola, due giorni serratissimi, quasi senza dormire e senza mangiare. Magie di un mestiere che non si studia ma si impara strada facendo, con i piedi piantati per terra e gli occhi puntati verso il mare. E che Bruni e Leonardi hanno portato all’eccellenza, sviluppando una tecnologia unica in Sicilia.

“La utilizziamo nelle vele a un unico pannello, realizzate in carbonio – spiega Giuseppe – e consiste in una ragnatela, creata da un software, senza colla a fare da legante, ma con una trama di fili che attraversano la membrana da una parte all’altra, il tutto fuso a una temperatura di 180 gradi. I vantaggi sono numerosi. La vela dura di più ed è più leggera. La barca va più veloce e la performance in gara è nettamente migliore”.