di Salvatore Savoia

Tra gli olivi di una collina sopra Capo d’Orlando, è ancora possibile sentire l’odore di una storia speciale, che sa di Gattopardo, certo, e pure di stravaganza o di magia, ma che in realtà costituisce una delle più delicate vicende poetiche del nostro novecento.

Casimiro, Agata e Lucio Piccolo, da quella collina davanti alle isole Eolie, giocarono per tutta la vita, incomprensibili e distaccati dal tempo,nel tentativo di esorcizzare la morte. E la loro storia ci regala ancora suggestioni di rara bellezza. Tutto era cominciato nel primo Novecento, quando i Baroni Piccolo di Calanovella, grossi possidenti dei Nebrodi, fino ad allora non troppo sensibili al richiamo delle sirene della mondanità, si trasferirono nellaPalermo dei Florio, in un bel palazzetto su via Libertà ancora esistente. I legami della famiglia con la grande aristocrazia – Giuseppe Piccolo aveva sposato Teresa Tasca Filangeri di Cutò e una sorella di lei era moglie del Principe di Lampedusa – assicuravano un palco di prima fila alle sorelle Cutò, intelligenti e affascinanti, protagoniste di quella breve stagione fortunata che la città non avrebbe smesso di rimpiangere, insieme a Franca Florio e Giulia Trabia, belle tra le belle.

Tutto cambiò in Casa Piccolo dopo la “fuga” del barone con una ballerina (lo stereotipo delle “consumafamiglie”) e la necessità per la moglie di provare a salvare il salvabile del patrimonio, anche a tutela della propria immagine offesa. Dai primi anni Trenta moglie e figli si isolarono in una elegante villa sui Nebrodi. Autoritaria e volitiva, la baronessa Teresa fu determinante nel forgiare tre figli dai caratteri stravaganti, asociali e pure ricchi di poesia. Fu lei a lottare per risparmiare loro ogni pena per gli affari di famiglia: campieri più o meno devoti assicurarono benessere e distacco dalle noie dell’amministrazione, anche in anni che mettevano a dura prova le grandi proprietà terriere. E durante la guerra, quell’avamposto della solitudine si rivelò un’isola fortunata.

Che vita facessero i “ragazzi” Piccolo, dopo la morte della madre, quando i cordoni della borsa furono tenuti dalla figlia Giovanna, la meno “sulle nuvole” della famiglia, è storia degna di una novella russa dell’Ottocento. Agata Giovanna si dedicò alla casa, ma non solo. Fu un’attenta e raffinata botanica, e si deve a lei se il magnifico giardino della villa divenne quel piccolo orto botanico ma fu anche un originale e raffinata esperta di culinaria. Visse sempre da sola, si dice anche per un amore svanito, dedicandosi prevalentemente ad alleviare, anche negli anni del declino, l’insostenibile leggerezza del vivere dei suoi fratelli. Casimiro, il barone, era in effetti uomo fuori da ogni definizione e logica. Soave ed elegante, del tutto fobico nei contatti fisici, viveva di notte e dormiva di giorno.

E proprio vagando di notte costruiva, in compagnia delle figure della sua mitologia personale, fatta di elfi, gnomi e creature della notte, quel mondo magico che seppe raccontare attraverso la fotografia e la pittura, rivelandosi artista vero, originale e moderno. Quanto ai suoi acquarelli “magici”, il loro tessuto si riallaccia al filone delle saghe nordiche e alle favole d’oriente, che Casimiro seppe riambientare in uno strano paesaggio mediterraneo, fatto di olivi e proiettato verso il mare. E infine il più celebre, Lucio. Rivelatosi poeta dopo un imprevisto contatto con Eugenio Montale, ha lasciato opere di poesia originali e piene di suggestioni.

La forza quasi pittorica dei suoi versi fuori dal tempo, ma anche l’eco di mille culture e di mille contaminazioni che vi si scorge, ne hanno fatto un isolato ma grande personaggio della cultura del Novecento. Giuseppe Tomasi di Lampedusa godette della compagnia dei suoi cugini, rifugiandosi nella loro villa specie negli anni in cui tutto sembrava crollargli addosso dopo il crollo della casa di famiglia e tante querelleseconomiche e familiari: solo a casa dei “tre mattacchioni” tutto trovava lenimento. In casa Piccolo si passarono notti a disquisire di letteratura insieme a Giuseppe Tomasi, che loro chiamavano “il mostro” per la sua erudizione; in casa Piccolo si parlò del Gattopardo; in casa Piccolo si parlò di dare una continuazione nel tempo a quello squinternato stile di vita. Giuseppe infatti aveva accennato al suo progetto di adozione e i cugini ne rimasero turbati.

E loro? Con l’evidente esclusione di Giovanna, sarebbe toccato a Casimiro, cui si fece sommessamente notare l’inevitabilità di un minimo di contatto fisico, ovviamente inimmaginabile. Rimase Lucio, che ebbe poi un figlio da una giovane donna dei Nebrodi: una storia triste che provocò molte amarezze , e soprattutto non impedì già negli anni 70 all’isola triste di Villa Piccolo di chiudere un percorso durato meno di un cinquantennio.

La Fondazione Piccolo di Calanovella, tra le mille difficoltà che condivide con le istituzioni pensate per fare cultura e alle quali si impedisce di farne, custodisce molti oggetti d’arte, fra quelli tipici di una casa patrizia e quelli insoliti raccolti dai suoi speciali abitanti. Fu proprio una estrema intuizione di Casimiro, il più fuori di testa di tutti, a consentire di salvare quest’isola e di trasmetterla alle generazioni future.