di Francesco Bevilacqua

Un uomo dallo sguardo mite. Cerca asparagi. Insieme al figlio. Sorride. Scambiamo qualche parola. Discretamente, chiediamo del sentiero che stiamo percorrendo, ma anche della vita che gli uomini conducono nel paese poco distante, nelle campagne che lo circondano, nelle montagne che lo sovrastano. Risponde affabilmente. Aspromonte orientale. Valle della Fiumare dei Gelsi Bianchi. Comune di Ciminà, nome consegnato alla storia della ‘ndrangheta e solo a quella. Sconosciuto invece per le sue bellezze naturali e per l’ospitalità della sua gente.
In questo luogo perduto ci sono soltanto rovine. Muraglioni di pietre a secco coprono un’area enorme, in parte inghiottita dal bosco. Come in una giungla della Mesoamerica. In alcuni punti paiono costruzioni di giganti. I muri che sostengono i terrazzamenti si superano mediante gradini di pietre sporgenti, per metà confitte nei muri stessi. Una sequela di gradini creati dall’uomo nei secoli per sfruttare ogni più piccolo pezzo di terra. Da coltivare con grano di montagna (la segale), alberi da frutto, ulivi, vigne, orti. Altri muri sono invece perimetri di enormi stazzi. Vi erano mandrie di centinaia di animali, soprattutto capre. La notte, i pastori le mettevano al sicuro nei ricoveri. Loro sostavano, invece, attorno ai fuochi accesi nelle case di pietra. Minestra calda di erbe selvatiche, qualche oliva, qualche fico secco, un pezzo di pane nero raffermo. Poi stramazzavano stanchi sui pagliericci. La lunga notte dell’Aspromonte trascorreva in un silenzio da incantamento, rotto solo da qualche belato, dall’ululato del vento fra le roverelle e i lecci. Prima dell’alba erano già fuori. A mungere e rimestare il siero di latte nelle grandi caldaie, come racconta Corrado Alvaro nell’incipit di “Gente in Aspromonte”. E poi via, lungo gli antichi sentieri. Verso i pascoli di montagna.
Ora è silenzio. Di nuovo soli, a solcare quelle labili piste ormai poco battute. Siamo noi i nuovi pastori. Attraversiamo selve intricate di lecci e roverelle. Su burroni precipiti. Sotto rupi maculate di licheni, fessurate dall’erosione. Fioriture di biancospino come bianche colate splendenti sui fianchi della valle. E asfodeli, dappertutto. E crochi. Poco cielo, livido di nubi, occhieggia fra le torreggianti forme d’Aspromonte, come scrisse l’inglese Edward Lear che, nel 1847, girovagò come un folle, a piedi, per tutto l’Aspromonte, raccontando aneddoti e disegnando paesaggi pittoreschi che mai avrebbe pensato di incontrare.
Ed ecco finalmente le Naiadi del Nessì. La prima ninfa la raggiungiamo con una breve e comoda deviazione che ci conduce fin sul greto di questo piccolo, incassato affluente della Fiumara Gelsi Bainchi. L’acqua, furente, scivola sinuosa come una grande “S” tra le rupi di granito umide e rilucenti. La vegetazione tutt’intorno è strinata dal vapore prodotto dall’acqua che precipita. Per arrivare alla seconda, invece, dobbiamo ritagliarci un camminamento incerto e difficile, tra sfasciumi e burroni. Sino ad affacciarci su un’insuperabile terrazzino oltre il quale non è prudente scendere. E’ una “cannila”, un unico salto dritto e bianco, come una candela appunto, che precipita in una grande pozza verde smeraldo.
Non siamo paghi. Affamati di memoria, proseguiamo sul sentiero, verso l’alto, preceduti da invisibili capre rinselvatichite. Sino ad una cima senza nome che raggiungiamo dopo una ripida inerpicata nel fitto bosco di lecci. Da essa si apre una veduta senza tempo. Intuiamo i transiti antichi dei pastori, i nascondigli dei lupi e dei cinghiali, le rotte degli astori e degli sparvieri. Al ritorno, Ciminà potrebbe stare in un libro di Carlo Levi. Tutto sembra abbandonato. Eppure, alle case, ancora contadini e pastori tribolano, accudiscono la terra e gli animali. Donne negli orti. Qui si vive con dignità, si è ancora custodi di memoria. Nonostante tutto e tutti.
Ed io vorrei una casa in ognuno di questi paesi di montagna. No, non per possederla. Maso lo perché mi accogliesse come viandante. Che fosse semplicemente la casa di un amico o di un’amica. Vorrei sentirmi dire, sull’uscio, “bonu vinutu”, alla greco-calabra. Vorrei avvertire il calore dell’incontro, udire i cuori pulsare all’unisono, salire nelle nari un profumo di cibo che cuoce lentamente. Vorrei un abbraccio, una stretta sulle spalle, una carezza sulla testa, sulla guancia, sulla nuca. Vorrei un sorriso e dei baci. Desinare in cucina. E la sera discorrere davanti al focolare. Vorrei provare sempre la commozione di chi sa di essere atteso.

Maggio 2017