di Vincenzo Donatiello

Il Vinitaly, come ogni anno da oltre cinque lustri, chiama a raccolta e attrae il parterre vitivinicolo nazionale e non. Di anno in anno i numeri si fanno sempre più importanti e, nonostante qualche pecca logistica, il Vinitaly mantiene intatto il suo appeal. Anzi, lo vede crescere e si ha l’impressione non di una fiera ma della “fiera”, alla quale non si può mancare.

Oggi, in un proliferare di media, assaggi e selfie, la Sicilia ha dimostrato di sapersi innovare, di portare con sé sul mercato un fascino intramontabile e un rinnovato attaccamento alle radici. Faro, Cerasuolo di Vittoria, Moscato di Noto sono denominazioni non più sconosciute al grande pubblico e riscuotono un successo meritato soprattutto nei calici degli addetti ai lavori, che diventano fondamentali come ambasciatori del vino isolano nel mondo.

Questo Vinitaly lascia in eredità ai produttori siciliani un piccolo tesoretto fatto di contatti, rapporti commerciali e impatto mediatico da fare invidia a regioni molto più blasonate e con numeri mostruosi se paragonati a quelli regionali. Passeggiando tra gli stand si sente fermento, commenti lusinghieri su Etna e Pantelleria, il ritorno alle tradizioni marsalesi, i grandi gruppi che finalmente mettono il territorio al centro delle loro produzioni.

Il racconto del vino siciliano sta cambiando volto e questo è dovuto alla qualità dei prodotti ma anche alla qualità del racconto, a una comunicazione mirata che si è saputa evolvere non perdendo il contatto con i nuovi canali mediatici. Il prodotto “Vino siciliano” in questo è cresciuto compatto come non mai e ora inizia il raccolto di una semina fatta di conoscenza, storia e evoluzione.

I numeri parlano chiaro: il padiglione della Sicilia al Vinitaly è stato il più visitato in assoluto: giornalisti, professionisti del settore e buyer stranieri si sono alternati alla scoperta delle ricchezze enologiche regionali, portando con sé i colori e i profumi dei vini isolani, veri e propri vessilli di una qualità in crescita costante.