Un’estate lontana. L’ultimo incontro con la madre, il dolore di una perdita e il bisogno di trovare le parole per dirlo. Nell’ultimo libro di Roberto Alajmo una storia personale che parla di tutti noi

di Laura Anello

Quanto tempo ci vuole per trovare il coraggio di vuotare il sacco? Quanto tempo per fare pace con i propri fantasmi? Ci penso mentre salgo le scale che portano agli uffici del Teatro Biondo, mentre mi siedo di fronte a Roberto Alajmo – collega in Rai, collaboratore di Gattopardo, autore Sellerio, oggi direttore dello Stabile della città – e mi avvio ad ascoltare il dietro le quinte della storia che ho appena finito di leggere.

“L’estate del 78”, edito da Sellerio, già caso letterario, il racconto di Elena, sua madre, insegnante, pittrice, donna talentuosa e inquieta finita nel gorgo della dipendenza da farmaci, andata via di casa e poi suicida nel piccolo appartamento in cui viveva, tra i suoi appunti, le sue telefonate notturne al telefono delle radio private, i suoi rimpianti. Un viaggio al centro della propria esistenza, dei propri nodi, delle proprie paure. Un viaggio in un femminile che non riesce a trovare il proprio posto fuori dalla famiglia, nella Palermo degli anni Settanta.

E adesso come ti senti?
“Bene, era da tempo che pettinavo queste storie, alcune cose le avevo scritte dieci anni fa. Tanti mi dicono che ho avuto coraggio, forse un po’ è stata incoscienza, un po’ consapevolezza dei propri mezzi. Questo libro l’avrei potuto scrivere in tanti momenti della mia vita, ma solo adesso mi sentivo sufficientemente robusto, sentivo di avere conquistato una voce ferma per tenere la tonalità ironica che è la chiave del libro. Ironia nella sua chiave etimologica, quella di distacco, non di distacco allegro. Vomitare le proprie cose sulla pagina è facile, il problema è fare diventare il proprio ombelico quello di tutti”.

Mi sono chiesta che cosa è successo dopo, che cosa c’è tra quel ragazzo che guarda sua madre morta, distesa a terra, e i primi passi del giovane giornalista che cerca il suo posto nel mondo…
“Sono successe tante cose. Sono cambiati i miei rapporti con le donne. Per molto tempo non mi sono abbandonato del tutto, come quando sei nell’acqua alta in piscina e ti tieni vicino al bordo. Ho indossato uno scudo superoministico come corazza, ho cominciato a flirtare con l’abisso.
Prima, quando mia madre era andata via di casa, avevo vissuto un’accelerazione di responsabilità. Ero diventato il cuoco di famiglia con mio padre e mio fratello, l’esistenza era diventata più tranquilla al riparo dalle sue crisi e dai suoi ricoveri, pur nella sua assenza. Dopo, sono cresciuto ancor più velocemente. Avevo raccontato questa storia a una decina di persone. Eppure, anche senza parlarne, ho incrociato tante altre storie come la mia. È un tabù, non si dice, ma è più comune di quanto immaginiamo”.

Quando l’hai dismesso questo scudo?
“La nascita di mio figlio, Arturo, ha ammorbidito un po’ tutto quanto”.

Quando è uscito il tuo libro, ho pensato che però, accidenti, eri arrivato per secondo. Con la cinica logica del marketing, sulla storia della madre suicida ti ha battuto Massimo Gramellini con il bestseller “Fai bei sogni”. Giornalista anche lui.
“Quando è uscito il libro di Gramellini gli ho scritto: questa storia è la mia storia. Ma in realtà il mio libro è un’altra cosa. Come diverso è il proprio vissuto. Su questo tema è struggente anche il documentario di Alida Marrazzi, nipote dell’editore Hoepli che aveva una mamma che si uccise quando lei era ancora più piccola. Si chiama Un’ora sola ti vorrei. Quando ho dato questo libro ad Antonio Sellerio, un editore di straordinaria qualità – figlio della visionarietà del padre e della sintesi concreta della madre – non pensavo che l’avrebbe rifiutato, ma ero convinto che l’avrebbe pubblicato per cortesia, convinto che non potesse avere un grande successo commerciale. Invece mi ha detto: è il tuo libro più grande, questa storia parla a tutti. Una storia personale che nel lettore fa risuonare qualcosa”.

Perché al di là della volontarietà di un gesto, tutti abbiamo attraversato un abbandono lacerante…
“Il tema della volontarietà è già complesso, perché spesso il confine è molto labile. Non voglio svelare il finale del libro, dico solo che di sicuro l’intenzione c’era, mi sono ricordato de La promessa di Durrenmatt. Ma poi bisogna sempre fare i conti con l’irruzione del caos, dell’imprevisto. Di certo la volontarietà l’ho coltivata come un rifugio per tanto tempo. La rivendicavo perché dava un senso complessivo alla scomparsa, all’abbandono, come fosse un suicidio filosofico, socratico, che andava oltre gli affetti. Quando Elena è morta, feci pubblicare un necrologio, insieme con mio fratello, indipendentemente dal resto della famiglia, in cui rivendicavo a muso duro la volontarietà. Lo avevo rimosso, me l’ha ricordato un’amica di mia madre”.

Ma in realtà questo, oltre il filo narrativo, è quasi un saggio filosofico sulla morte…
“Vero. Se avessi imbracciato un progetto così, sarei rimasto atterrito, paralizzato. Ci sono arrivato per pura serendipity, senza l’ambizione di fare della mia storia qualcosa di universale”.

È una storia di vita, ma è anche un ritratto di una Palermo borghese degli anni Settanta, una società ancora convenzionale, dove fuori dalla famiglia per una donna non c’è grande spazio, dove i matrimoni erano approdo e sicurezza, anche quando diventavano prigioni anaffettive…
“Un’altra città, dove le caste erano meno consolidate. Non avevo amici che fossero del mio livello sociale, ce n’erano di più alto e di più basso, adesso tutto è molto più strutturato, anche nelle scuole pubbliche. Una società dove l’approccio al disagio psichico era ancora naïf, in questi anni venivano messi sul mercato farmaci come quelli che prendeva mia madre, farmaci che hanno provocato danni pazzeschi. Ho incontrato tanta gente con la madre demente per avere assunto lo stesso medicinale. E probabilmente a Elena, se fosse vissuta, sarebbe finita allo stesso modo. Sarebbe stato peggio”.

Un farmaco che cominciò ad assumere per alleviare il mal di testa durante il ciclo mestruale. Ma si capisce bene che dietro c’era un disagio diverso…
“Senza dubbio sì. Ma è difficile determinare l’innesco preciso, così come è misterioso l’ingrediente della Coca Cola. Credo però che al cuore del disagio di mia madre ci fosse la consapevolezza. La consapevolezza di avere molti talenti ma nessuno decisivo. Moltissime persone si creano l’alibi dell’essere incompresi: io sono un grande fotografo, un grande poeta, un grande pittore, il mondo è corrotto e quindi non vengo riconosciuto. Se ti convinci di questo puoi tirare all’infinito nella base del tuo ego. Mia madre no. Questo la sterminò, il medicinale fece da detonatore”.

Mi sembra un tema molto femminile, e ancora attuale, quello della ricerca di una dimensione di sé che prescinda dal ruolo familiare, questo cercare il proprio talento oltre i condizionamenti sociali, questo cercare di bastare a se stesse al di fuori di uno sguardo esterno. Non sono questioni che attengono alla dimensione maschile, infatti non è stato il problema di tuo padre..
“Hai ragione. È vero adesso ed era tanto più vero allora. Una donna non partiva da sola, era madre e moglie. Non c’erano tante donne in grado di conciliare il proprio ruolo tradizionale con un’immagine pubblica di successo, casi sporadici, penso a Giuliana Saladino. Mio padre assolveva la sua funzione di marito, portava lo stipendio a casa. La famiglia di mia madre incolpa lui di quel che è successo, ma mia madre aveva i germi dentro. Quando andò via di casa, forse pensava di stare meglio, ma non ce la fece, forse sottovalutò il peso della mancata convivenza, della lontananza da noi”.

Morta tua madre, tuo padre si è rifatto una vita. È stato facile accettarlo?
Ho odiato tutte le fidanzate di mio padre, tranne quella che poi sposò. L’unica che non cercò di conquistarci, che fu naturalmente dolce e accogliente. Lui era contento, pacificato, peccato che sei mesi dopo ebbe un ictus che innescò un calvario. Lei ha dieci anni più di me, ci sentiamo ancora”.

E anche tua madre, seppure in preda alla sua dipendenza, ebbe un uomo dopo tuo padre. Lui l’accettò per com’era…
“Aveva l’idea dell’io ti salverò, della redenzione, di solito ce l’hanno le donne, innamorate degli uomini che vogliono perdersi. Pensa che dopo la morte di mia madre, lui andava al cimitero con la sua nuova moglie”.

Quanto ha pesato tutto questo nella vita di tuo figlio?
“Poco, credo. Ho cercato di crescere Arturo con uno sguardo ampio, gli ho fatto vedere un sacco di cose sin da quando era piccolo, sono stato un padre presente. Per le feste comandate ho sempre cercato di svignarmela, di sfuggire al peso della famiglia e delle assenze. Adesso ha preso la laurea triennale in Scienze politiche e internazionali e mi ha chiesto di fare un anno in giro per il mondo. Sogna di andare a vivere in Australia. Ricordo ancora un’estate insieme a Lampedusa, in barca verso un luogo dove passavano i delfini, pensavamo di non vederli più quando alla fine sbucarono saltando, fu un’emozione fantastica. Poco dopo, al ritorno, abbiamo raccolto il cadavere di un naufrago, non un migrante ma un povero turista che aveva avuto un infarto mentre faceva il bagno. Era andato a morire nel posto più bello del mondo. Lampedusa riesce sempre a essere l’isola dei cortocircuiti”.

Il libro si apre con tua madre che viene a trovarti a Mondello, la trovi seduta su un gradino del vicolo mentre tu sei con gli amici, ti fa un saluto discreto, non vuole essere invadente, e tu sei imbarazzato e a disagio. Estate del ’78. Ti salutava per l’ultima volta, ma tu non lo sapevi.
“Avevo diciannove anni, quell’età in cui sei alla scoperta del mondo, e i genitori li vedi il meno possibile, tanto più se consideri tua madre non socialmente presentabile, non proprio matta ma certo fuori centro. Il vedersi era affidato al nostro buon cuore, mio e di mio fratello. Quel giorno non la vedevamo da mesi, e non l’avremmo più vista nei tre mesi successivi, prima della sua morte”.

Rimpianto?
“Certo, il più grande della vita”.

Nel libro racconti che non hai voluto a casa nessun quadro di tua madre…
“Dopo avere scritto il libro li ho appesi, tutti e tre. Per anni li avevo collocati di taglio su una scaffalatura, mi ero dato l’alibi che alle pareti volevo solo fotografie, non dipinti. Il libro mi ha pacificato. È un risarcimento a lei, e insieme un modo di separarmene, di impacchettare il dolore dopo quarant’anni. Adesso ho saputo dirle addio”.