di Daniela Bigi

C’è una sicilianissima artista nata ai piedi dell’Etna che, pur migrando da oltre dieci anni tra le scene più patinate dell’arte mondiale, non smette di elaborare, seppure a distanza, le problematiche che segnano la sua terra, quelle che ne esprimono il volto oscuro, e che sempre più insistentemente fanno del natìo Mediterraneo il centro di vasti conflitti/interessi internazionali.

Con addosso i tratti solari e insieme i tratti opachi dell’isola, ha scelto un percorso di erranza culturale e geografica. Il viaggio – Omero ce lo ha insegnato – le era indispensabile per conoscere e come per molti artisti della sua generazione, emersa alla metà degli anni Zero, e come per altri di quella precedente la conoscenza è rivolta al disvelamento di pratiche e politiche illecite su scala globale, all’analisi di meccanismi economici malati, agli ambiti crittati dei programmi di militarizzazione dei territori. Sul fondo, pesanti come macigni, alcuni temi ricorrenti: sfruttamento, diseguaglianza, imperialismo, migrazioni.

Per definire in modo complessivo questo tipo di ricerche, che generano processi artistici di varia natura e con differenti temperature espressive, qualcuno parla di Imaginary Economics, un settore di lavoro, tra arte ed economia (e quindi politica), che vede crescere esponenzialmente il numero degli adepti. Le grandi biennali internazionali sembra non riescano a occuparsi di altro, con il rischio, e questo va detto, di disinnescare, dentro la cornice istituzionale e spesso mondana delle più prestigiose sedi dell’arte, ciò che nasceva, nella testa o nello studio dell’artista, come atto scardinante, con l’urgenza di un J’accuse.

Per Maria Domenica Rapicavoli, catanese di origine e di formazione, portare a New York la questione del MUOS e dell’occupazione militare del cielo siciliano, per esempio, è stato proprio un atto di accusa e ha preso forma in una mostra all’International Studio & Curatorial Program (ISCP). Un’installazione ambientale riproduceva sul soffitto e sulle pareti stralci di un cielo di Sicilia: “Ho riprodotto fedelmente i corridoi aerei segreti usati dai droni che volano nel Mediterraneo – ha dichiarato l’artista – estrapolandoli da una mappa militare. Ho usato dei fili di plastica bianchi per ‘disegnare’ le rotte e ho creato uno spazio tridimensionale appendendoli da una parete all’altra per riprodurre nello spazio i corridoi e rendere la ‘fisicità’ di qualcosa di invisibile”.

Per molto tempo MDR ha privilegiato il video e la fotografia. Li ha utilizzati per raccontare in modo asciutto degli sbarchi a Lampedusa, prima ancora per parlare di Corleone e del maxiprocesso, poi per documentare la costruzione della base americana di Niscemi. A un certo punto ha sentito di dover estendere la dimensione visiva a quella immersiva, progettando ambienti in cui esperire fisicamente ciò che l’immagine talvolta non riesce a dire. Una personale recente alla Fondazione Brodbeck, Intimacies (Mediterranean Civilization), ne ha dato chiara testimonianza.

Dentro un intenso blu che avvolgeva lo spazio espositivo, con una linea d’orizzonte alta, sopra le teste degli spettatori, cielo e mare si incontravano e si compenetravano, solcati entrambi da fitte, seppur talvolta appena percettibili, linee di demarcazione: in aria, i corridoi aerei che militarizzano il cielo, in acqua, le rotte insanguinate dei migranti. I visitatori, come dentro un percorso marino, si destreggiavano tra le mappe, tra confini tanto più minacciosi quanto meno comprensibili. Tanto più feroci quanto meno visibili. Di tanto in tanto, resti di una geologia lontana, residui vulcanici, marmi turchi, o tunisini, con incisi brani di mappe, stralci di rotte.