di Francesco Bevilacqua

“Solo gli inquieti sanno com’è difficile sopravvivere alla tempesta e non poter vivere senza”. Così scriveva Emily Bronte. Ho il cuore in tempesta. L’ho avuto tutta la vita. Ho sempre anelato alla quiete, ma non l’ho mai sopportata. Per questo oggi cerco il gelo ed il ghiaccio. Quaggiù, più a sud del Sud. In questa terra di luce e ombra. Scagliata nel mezzo del Mediterraneo, il mare fra le montagne. E’ turbolenta la Calabria. D’inverno le sue montagne ospitano Zeus, il dio della folgore. E’ il momento di andare lassù, a incontrare il dio iracondo. Per questo non appena scorgo dall’auto la sagoma nota del Cozzo del Pellegrino, perduta in un turbinio di nubi, capisco che egli attende.
Seppure da tanto lontano, i miei occhi hanno percepito una visione diafana. Alberi innevati sul crinale. Il mio cuore ha avvertito l’urgenza dell’errare lassù. San Donato di Ninea dorme, nella nebbia azzurrina del camini consunti dalla notte. Piano di Lanzo è immerso nella solitudine e nel silenzio. Solo il vento sussurra piano tra le fronde degli ontani. Ma il suo respiro viene dall’alto. E trasporta come un flebile suono di mille cristalli tintinnanti.
Ci sono nubi, che invadono il crinale, si sfilacciano, nascondono l’orizzonte, poi spalancano vedute infinite. La nebbia, le nubi offrono una dimensione ancor più mistica all’erranza. Senti la presenza del grande mistero. Ciascuno degli erranti può attribuirgli ciò che vuole. Il nostro non è un ordine dogmatico. E’ fatto di primitivi panpsichisti, ilozoisti, animisti. Che possiedono il senso del sacro. Temiamo lo spazio separato del sacro. Lo temiamo ma ne siamo nel contempo attratti. Come accade con tutte le potenze che l’uomo, non sapendo dominare, avverte come superiori a sé.
Sulla prima erta, oltre il valico de La Cresta, il ghiaccio sulle fronde è la fonte del suono che prima avvertivamo. I piccoli faggi, negli anni, si sono diffusi lungo la ripida pendice de La Calvia. Una folla di cespugli intricati. Alti quanto noi. Formano un tunnel. Un tunnel d’argento sonante. In cui sfiliamo come fantasmi.
Sulla vetta de La Calvia la nebbia ci assale. E’ un manto fitto e compatto. Tempesta si aggiunge a tempesta. Potenza a potenza. Stupore a stupore. Ora siamo nel bosco che aduggia il lungo crinale tra La Calvia e il Cozzo del Pellegrino. Mi lascio guidare dall’istinto. Ci inoltriamo nella neve vergine, tra gli alberi sontuosamente addobbati. Gli erranti sanno di essere in una fiaba, in un sogno. Per questo viaggiamo in silenzio, come un branco di selvatici. Un incanto bianco ci sovrasta, ci inghiotte, ci cela alla vista di qualunque creatura vivente. Ogni passo è la strofa di un canto fantastico, iterativo, ipnotico, incatenante.
Il tempo trascorso nella foresta sembra infinito. Quando superiamo il tetto degli alberi e ci immettiamo di nuovo sulla pendice sgombra, è meraviglia pura. La nebbia è scomparsa. Il paesaggio si disvela. Siamo su un’isola di ghiaccio e neve che galleggia su monti intonsi fino al mare e alle valli. Gli arbusti sono coralli ricoperti da una sottile polvere di diamanti.
Temiamo di profanare tanta bellezza. La mole rocciosa e proterva del Cozzo del Pellegrino sembra lo scorcio di una montagna alpina. Sulla cima del Cozzo del Pellegrino è un’apoteosi di ghiaccio e di freddo. Mentre laggiù, sui versanti abrupti che precipitano verso la valle dell’Abatemarco, indugiano ancora le fiammeggianti tinte autunnali degli aceri. E in fondo, oltre la coltre di nubi tempestose, una luce primaverile invade la costa tirrenica. E’ più di quanto il dio delle tempesta potesse offrirci oggi: tre stagioni in un sol giorno e in un sol luogo.
Lungo e faticoso il ritorno degli erranti sull’opposto versante della montagna, con un grande anello. Sino al rientro in auto, solcando le caotiche pianure dove si assembra l’umanità. Come il Don Chisciotte di Cervantes, verremo “uccisi”, infine, più che dal Cavaliere della Bianca Luna, dalla spietata, intollerabile realtà.

Marzo 2017