Quale futuro per i vini di Calabria? Quale la strada da intraprendere per la crescita qualitativa e di immagine?
Eccoci a una sorta di seconda puntata su queste riflessioni. Questa volta vorrei concentrarmi sul concetto di tipicità e di come questa vada conservata, rispettata e tramandata.

di Vincenzo Donatiello

Quale futuro per i vini di Calabria? Quale la strada da intraprendere per la crescita qualitativa e di immagine?
Eccoci a una sorta di seconda puntata su queste riflessioni. Questa volta vorrei concentrarmi sul concetto di tipicità e di come questa vada conservata, rispettata e tramandata. Oltre alla necessità di valorizzarla e comunicarla al meglio.
Cosa si intende quando parliamo di qualcosa di tipico? Questa domanda è il primo passo da intraprendere per poter arrivare alla valorizzazione ottimale dei vini calabresi. L’ultimo decennio dello scorso secolo e il primo del nuovo hanno segnato un grande cambiamento nel mondo del vino di tutto lo stivale, Calabria compresa, spostando decisamente verso l’alto la qualità media delle produzioni vinicole ma, troppo spesso, uniformando il gusto dei vini a uno stereotipo internazionale che poco ci appartiene.
La tipicità dei vini è fatta di tanti piccoli elementi: il rispetto delle tradizioni dei nostri avi, l’individuazione delle caratteristiche che un vitigno sviluppa in simbiosi con il territorio, anche il rapporto che si instaura in abbinamento con i cibi del luogo.
Dobbiamo chiederci perché troppo spesso ci siamo fatti affascinare da Cirò colorati come una melanzana quando tipicamente il granato e le trasparenze ci hanno sempre raccontato le sue origini. O perché abbiamo parlato di vini costieri che non portassero con loro la benché minima traccia di mediterraneità.
Oggi siamo a una svolta: il mondo della critica ha finalmente abbandonato i vini “Coca-Cola”, e così anche i consumatori, tornando a valorizzare quanto di tipico abbiamo in Italia, e in questo la Calabria si sta ritagliando un ruolo di primissimo piano.
Perché “tipico è bello”. E buono.