di Antonio Calabrò

Divario. “S’allarga tra il Nord e il Sud”, documenta la Banca d’Italia nel Rapporto sulle “economie delle Regioni” (presentato il 3 novembre). Nel periodo 2007-2015, gli anni della Grande Crisi e poi della ripresa, il Pil del Mezzogiorno è calato dell’11,9%, contro il -6,7% del Centro Nord. Stessa tendenza anche nel 2016: il Pil meridionale per abitante è stato pari al 56% di quello di tutto il Paese. In Sicilia è andata anche peggio: -12,7% (ma in Campania -14,9 e meglio invece la Puglia, -9,2%).

Al Nord, Lombardia dinamica, con -2,8% e Veneto in movimento, -7,7%, Piemonte invece ancora in difficoltà, -10,9%. Per dirla semplicemente, l’Italia nel suo complesso non ha ancora recuperato tutta la perdita di ricchezza determinata dalla Crisi, ma le aree in cui l’industria privata ha un ruolo determinante e guida innovazione ed export vanno comunque molto meglio, quelle invece più arretrate dal punto di vista dell’impresa continuano a perdere terreno.

Il quadro si fa più problematico se si guarda a quelle che la Banca d’Italia chiama “aree con una spiccata vitalità industriale” (definite incrociando i dati, territoriali e di settore, di fatturato, valore aggiunto, produttività del lavoro): delle 369 “aree vitali” il 65% sono concentrate nel Nord in modo uniforme, mentre al Sud l’immagine è a macchia di leopardo, con risultati decenti soprattutto nell’agroindustria. Del tutto assenti quattro regioni: Molise, Calabria, Sardegna. E Sicilia. Un altro dato interessante arriva da Bruxelles: la Sicilia è al 237° posto su 263 nell’indice di competitività delle Regioni Ue. Bassa competitività, scarsissima attrazione di investimenti. Tutto il contrario delle possibilità di crescita.

Poca industria, scarso sviluppo, insomma. La marginalità siciliana continua, proprio mentre le aree più dinamiche, dentro il cuore più produttivo dell’Europa, parlano di “Industria 4.0”, meccatronica, economia digitale, incroci virtuosi tra manifattura di qualità e servizi. Innovazione, da una parte. Vecchi riti e miti e crescente impoverimento dall’altro. Forse, lentamente si esce dalla recessione. Si resta nella stagnazione.

“Sicilia azzoppata e senza piano industriale”, commenta Roberto Galullo su “IlSole24Ore”, in una documentata inchiesta sulla Sicilia alla vigilia del voto: bilancio regionale in crisi, troppi dipendenti pubblici (28mila regionali, cinque volte di più di quelli della Lombardia, che ha però il doppio degli abitanti; e altri 25mila tra forestali e “lavoratori socialmente utili”, esercito di precari sensibili alle clientele), scadente utilizzo dei fondi Ue, sanità costosa e poco efficiente.

E naturalmente l’ombra invadente d’una mafia indebolita sì da processi, repressione e timide rivolte della coscienza civile, ma pur sempre potente e violenta: un capitale sociale negativo, un freno drammatico per una dignitosa crescita dell’economia. Ci sono alcuni altri dati da non dimenticare, proprio legati al mancato sviluppo: quelli della fuga dei giovani più intraprendenti, preparati, determinati (ne abbiamo già parlato, in altre “lettere da Milano”). Nel 2016 (dati della Fondazione Migrantes) si sono iscritti all’Aire (il Registro degli italiani all’estero) 11.501 siciliani, con un incremento del 17,1% rispetto all’anno precedente.

Complessivamente, i siciliani iscritti all’Aire sono 744.035, il valore più alto tra le regioni del Sud, seguito a distanza dalla Campania con 486mila espatriati. Cresce pure il numero dei ragazzi che vanno a studiare nelle università del Centro Nord: nel periodo tra gli anni accademici 2003/4 e 2014/15 “la percentuale di siciliani immatricolati fuori regione è pressoché raddoppiata, passando dal 14,69% al 28%”, documenta la Fondazione Res (l’istituto di Ricerca su economia e società in Sicilia). Si va via non solo perché le università di Milano, Bologna, Torino e in parte anche Roma sono ritenute migliori per qualità di insegnamento e ricerca, ma soprattutto perché offrono maggiori e più qualificate opportunità di occupazione e reddito.

In sintesi, tra tanti dati: ogni anno in media 21mila giovani se ne vanno via dall’Isola. Il 27,6% di loro ha una laurea. Parecchi altri, laurea e lavoro se la cercano altrove fin dalla fine del liceo. La sfida politica posta da tanti giovani è chiara: è necessario rafforzare la qualità delle università siciliane, ma anche riavviare economia e lavoro. Proprio ciò che nella Sicilia povera di investimenti qualificati continua a mancare.

Il nuovo governo della Regione, uscito dalle urne del 5 novembre, ha un compito particolarmente impegnativo: dare sostanza concreta alle richieste di ripresa economica e sociale. Fronteggia una situazione difficile, il confronto con altre Regioni forti (Lombardia, Veneto, Emilia) che chiedono maggiori poteri e risorse. Può contare su quasi 18 miliardi di investimenti pubblici già stanziati (tra fondi Ue e nazionali) per incidere positivamente sullo sviluppo. Sono risorse importanti. Da usare molto meglio di quanto non si sia fatto in passato.