di Maurizio Carta

«Timeia, come testimonia il suo nome, è la città della sapienza, luogo felice dove la conoscenza si spande dalle strade e dagli edifici e pervade i suoi abitanti che, in una continua tensione al miglioramento, la amplificano e la diffondono nella città. Ma non capireste Timeia se non parlassi del modo che i suoi abitanti hanno trovato per accrescerne la sapienza: essi hanno intessuto nella città una fitta rete di musei che la attraversa tutta, collegati fra loro dai fili immateriali della conoscenza, della comunicazione e della educazione permanente e saldamente legati a quei luoghi dell’operosità umana che, talvolta persa la loro produzione di risorse materiali, hanno trovato una nuova giovinezza nel produrre conoscenza e partecipazione. Questa è Timeia, la città dei musei, e giuro che esiste e non è invisibile». Timeia – apocrifa Città invisibile – ci sfida a realizzarla nel nostro tempo, ci invita a vivere in una città della sapienza fondata su un’armatura di musei, archivi, biblioteche, centri culturali, legati tra loro in un unico organismo vibrante di cultura e conoscenza.

Abbiamo sempre sostenuto da queste pagine che lo sviluppo non è una grandezza esclusivamente economica, ma è parte di una mobilitazione culturale e sociale: uno sviluppo centrato solo su risorse esterne può produrre un aumento del reddito, ma anche dipendenza, corruzione, trasformismo, ipertrofia della mediazione politica, invece di una crescita civile e produttiva prima che economica. In Sicilia la sfida di Timeia si carica di una ulteriore dimensione etica, pretendendo politiche culturali per le città dirette ad incoraggiare attività multiculturali, in cui la diversità e le differenze siano risorse per la creatività: supportare forme e linguaggi emergenti e sperimentali non è solo un sostegno alla produzione ma è anche un investimento nelle risorse umane e nei talenti. Palermo capitale, Catania operosa e Messina liquida, ma anche Agrigento archetipica, Trapani salina o Siracusa lapidea devono diventare città semiotiche della conoscenza, non adottando una musealizzazione passiva del loro patrimonio, ma producendo un flusso permanente di conoscenza veicolato dalla loro armatura culturale.

Nelle città siciliane sempre più arcipelaghi culturali, la nuova missione dei musei e dei servizi culturali è alimentare la conoscenza con la formazione permanente, con la ricerca scientifica, con le esigenze di sviluppo economico e di crescita culturale della comunità locale. La rete museale urbana diventa strumento comunicativo e formativo di una cultura che educhi al sapere, che coltivi al pensare e che alleni al fare.

I catalizzatori di questa nuova missione museale sono sicuramente i musei delle università, sempre più sistemi integrati tra conservazione e ricerca, tra racconto e divulgazione. Costituiti con paziente accumulo di oggetti ed esperimenti, attraverso accurate raccolte e generose donazioni (alcune collezioni storiche di apparecchiature scientifiche risalgono addirittura al Piano Marshall che ha aiutato la Sicilia del dopoguerra a riprendersi, anche attraverso le sovvenzioni alla ricerca). Luoghi intessuti da una trama di oggetti della scienza e da un ordito di gioielli della natura, impreziositi di opere d’arte e d’ingegno, oggi si possono trasformare in agenti culturali delle città che li ospitano (le Università di Catania e Palermo hanno agito in tal senso, con una recente accelerazione e innovazione gestionale della seconda).

I musei e le collezioni universitarie smettono di essere isole di eccellenza, gelosi conservatori di ricchezza, per diventare arcipelago di conoscenza, generosi distributori di bellezza. Contribuiscono all’attrattività della città con il loro valore didattico e formativo e la loro capacità di rispondere ad una domanda crescente e diversificata per tipologie di fruitori e per tempi di fruizione. I musei universitari integrati con l’intera armatura museale urbana e metropolitana diventano anche musei della città e del territorio, concorrendo ad una seducente narrazione attraverso la divulgazione della ricerca prodotta nelle istituzioni universitarie. Infine, per la loro posizione intrecciata con il tessuto storico delle città, contribuiscono alla riqualificazione degli spazi urbani, che diventano laboratori viventi di formazione permanente, di educazione civica, in un sempre più stretto rapporto tra università, scuola e tessuto civile.

A Timeia, quindi, il sistema museale urbano non si propone solo come luogo della conservazione, ma diventa luogo di produzione culturale e sua finalità è la condivisione perché le culture diventino bene comune. Palermo – scusate volevo dire Timeia – anche attraverso il suo sistema museale universitario integrato con musei e gallerie pubbliche e private, con il nuovo Museo-Palazzo Butera, interfaccia narrativa tra patrimonio tangibile e intangibile, può ambire ad essere una città in cui il cittadino viene educato, informato, formato e reso consapevole della sua appartenenza ad una pluralità di culture. Una città educativa capace di incoraggiare l’esplorazione e la sperimentazione, di promuovere l’innovazione, il mutamento e la tolleranza, offrendo continue sfide alla conoscenza, alla partecipazione e allo sviluppo.

Già Lewis Mumford nel 1938 suggeriva lo stretto legame tra i musei e lo sviluppo delle città, prescrivendo che ogni città si dotasse di un museo specializzato in storia della comunità: «un museo di storia naturale e di cultura umana che dia in forma serrata e coerente un’immagine dell’ambiente reale: dalle stelle infinitamente remote alle infinitesime particelle di protoplasma e di energia, la località, il lavoro, gli abitanti in tutte le loro relazioni ecologiche».
Anche di questo è fatta una Capitale Italiana della Cultura!