di Antonio Purpura

In un recente convegno promosso dalla Fondazione Patrimonio Unesco Sicilia sulle esperienze di gestione di alcuni dei più importanti siti culturali e naturali della regione, Vittorio Sgarbi, assessore regionale dei Beni culturali, ha espresso l’opinione che tutta la Sicilia meriterebbe di essere inserita nella World Heritage List (WHL) dell’Unesco. Si tratta di una positiva provocazione che riflette la convinzione diffusa secondo la quale il potenziale attrattivo-culturale della Sicilia va ben oltre quello espresso dai siti che hanno già ricevuto il riconoscimento Unesco. Ed è proprio questa convinzione che tuttora spinge diversi territori a proporre nuove candidature.

Ma non è questa la strada, e per due ragioni. La prima è che si tende a spostare sulla candidatura l’impegno che invece andrebbe posto sull’organizzazione dell’offerta di turismo culturale. E ciò nell’illusoria convinzione che l’iscrizione nella WHL apra automaticamente le porte dello sviluppo turistico, mentre parecchi siti non dispongono tuttora – a distanza di diversi anni dal riconoscimento – di un credibile e attuabile Piano di gestione.

La seconda è che non abbiamo bisogno di altri riconoscimenti, perché quelli già ottenuti sono sufficienti per dare corpo a un’efficace strategia di sviluppo del turismo culturale. La Sicilia è già una regione-Unesco! Questa percezione strategica è stata già tradotta nella programmazione dei fondi strutturali europei per il 2014-20, definita con la Commissione europea nell’agosto del 2015. Attorno a ciascuno dei sette siti Unesco materiali, ai quali sono stati assimilati altri due siti (Segesta e Selinunte) dell’area trapanese, sono stati perimetrati due più ampi “areali culturali” che integrano l’offerta di ciascuno con l’inclusione di asset culturali importanti, capaci di rafforzare le motivazioni di arrivo, e soprattutto di permanenza dei visitatori. Su questi stessi nove macro-areali saranno spesi oltre trecento milioni di euro per interventi finalizzati alla valorizzazione del patrimonio culturale, e allo sviluppo delle industrie creative e culturali.

La proposta di un brand Unesco comune per i sette siti regionali appare opportuna. Si tratta di formare una sorta di club di prodotto “Sicilia-Unesco”, sul quale costruire, fra l’altro, una politica di comunicazione omogenea sul mercato nazionale e internazionale. Ma si entra in un club di prodotto soltanto se si condividono gli standard di qualità che lo connotano; standard che riguardano il livello della organizzazione e della fruizione che viene offerta in ciascuno di essi. Oggi invece la prospettiva più probabile è che ciascun sito sviluppi un’autonoma politica di promozione ed entri in competizione con gli altri.