Dopo decenni di abbandono si moltiplicano le iniziative e i progetti per il risanamento e la rinascita della cosiddetta “Costa Sud”. E questa volta il sogno si può avverare

di Alessandra Turrisi
Foto di Salvo Gravano

Il mare negato di Palermo è il sogno di chi sfoglia i libri di fotografie antiche che ritraggono ragazzini sorridenti tuffarsi dallo scivolo a picco sull’acqua e signorine col cappellino trastullarsi sull’altalena. È l’incredulità di chi non ha mai neppure pensato di caricare in auto figli e nipotini per un bagno a Romagnolo.

Il mare negato a Palermo sono oltre sette chilometri di costa dal porticciolo di Sant’Erasmo ad Acqua dei Corsari, dove la distesa blu si riesce a scorgere dalla strada per un paio di tratti, rimanendo poi completamente schermata da palazzi e casermoni, ruderi e villette, vestigia di un abusivismo edilizio che ha costretto i palermitani a voltare le spalle alla sua costa e cercare altri lidi.

Eppure non è sempre stato così. Dalla fine dell’Ottocento e per tutta la prima metà del Novecento le borgate di Romagnolo, Sperone, Bandita erano sinonimo di “mare della salute”, costellate da stabilimenti balneari moderni e accoglienti, i bagni Virzì, Petrucci, Italia, luoghi di ritrovo per famiglie numerose e aitanti giovanotti. E poi la possibilità di gustare pesce fresco e ottima cucina in locali di grido, come “L’approdo di Renato”, visitato anche da Onassis e Maria Callas. Ma di quell’epoca sono rimaste soltanto le foto in bianco e nero negli album dei ricordi di tante famiglie, alcune raccolte e pubblicate da Francesco Pennino, presidente del Comitato cittadino per il recupero della costa.

Un pezzo di storia raso al suolo dagli scarichi fognari a mare, dalle macerie delle ville liberty demolite durante il “sacco di Palermo” di Ciancimino e depositate su quel lungo tratto di costa, che hanno inquinato e devastato il paesaggio, dalle costruzioni abusive edificate senza freno in ogni metro quadrato disponibile. “La massa scaricata nel ‘mammellone’ della Bandita superò in altezza gli edifici di sei piani costruiti sulla carreggiata antistante via Messina Marine – racconta il biologo marino Silvano Riggio -. Nel momento del massimo sviluppo la discarica si espanse per ben oltre un chilometro al di là della linea di costa. La forma che essa assunse fu di un trapezio con base approssimativa di due chilometri, per un’altezza di circa venti metri”.

Tornare indietro è impossibile, ma riappropriarsi della costa di levante (stranamente ribattezzata costa sud negli ultimi anni) potrebbe diventare realtà. Anzi, idee e progetti vengono messi nero su bianco da associazioni di cittadini impegnate sul territorio, da istituzioni, da studiosi e ricercatori. Diventano oggetto di convegni universitari e dibattici pubblici. Con l’unico obiettivo di restituire il mare alla città “tutto porto”. Come è avvenuto con il Foro italico, dopo una durissima battaglia condotta dal Comitato per il centro storico, o con la Cala, dopo i lavori di disinquinamento del porticciolo.

Il futuro è un grandissimo parco costiero, che passa dalla bonifica dei suoli e dal disinquinamento delle acque marine, eliminando gli scarichi fognari come si sta facendo. Ma anche arrestare il processo di erosione delle ex discariche che hanno ricoperto le rocce di calcarenite, provando a realizzare barriere sommerse (soffolte) che riescano a mitigare la forza delle onde ed evitare il movimento dei sedimenti, in modo da potenziare la spiaggia collocando uno strato di almeno cinquanta centimetri di nuova sabbia. Lo studio di fattibilità del parco elaborato dall’area della Pianificazione del territorio, ufficio Mare e costa, del Comune, riguarda un’area di 120 ettari, di cui la metà sulla terraferma, e nel nuovo Piano regolatore generale disegna un parco di 393 mila metri quadrati, una pista ciclopedonale di oltre cinque chilometri, sei parcheggi per un totale di 1232 posti auto, tre arenili e un porto turistico e peschereccio alla Bandita con 200 posti barca.

Per un investimento totale di circa 76 milioni di euro. È un progetto inserito nel programma triennale delle opere pubbliche, ma per renderlo realizzabile è necessario intercettare bandi e finanziamenti europei. E poi bisogna tenere conto che la gran parte dell’area ricade nel Demanio marittimo. Per il momento si può lavorare per riportare lentamente alla normalità la qualità delle acque e del verde, in attesa anche dell’approvazione da parte della Regione siciliana del Piano di utilizzo delle aree demaniali marittime (Pudm), per le eventuali concessioni ai privati.

“Il nostro primo obiettivo è quello di costruire una fascia verde tra il mare e la strada – spiega l’assessore comunale alla Costa, Giuseppe Gini – Abbiamo destinato quaranta unità di personale delle società Rap e Reset alla manutenzione e alla pulizia costante di tutta la costa palermitana, e quindi anche di quest’area. Dall’ospedale Buccheri La Ferla agli ex Bagni Virzì l’aspetto è notevolmente cambiato. Abbiamo installato panchine, c’è una pista ciclabile, realizzeremo piccoli parchi-gioco. Stiamo progettando con il Coni la possibilità di realizzare un paio di campi da beach volley. In questo tratto ci sono i venti favorevoli per svolgere attività di kayak surf. Dobbiamo sondare l’interesse dell’imprenditoria a far rivivere questa zona, a come far fare un salto di qualità nell’utilizzo della fascia costiera. Nel frattempo sono convinto che la migliore manutenzione è la costante pulizia”.

Ma cosa si intende per parco? E lì cominciano i primi contrasti. Per Riggio non c’è alcun dubbio: il modello paesaggistico deve essere quello delle oasi sul mare che si trovano sulle coste mediterranee del nord Africa e della penisola iberica. Dunque, palme da datteri a tappeto (Phoenix dactylifera), rimaste immuni dall’attacco del punteruolo rosso, accompagnate da specie arboree ed erbacee compatibili e capaci di tollerare il salmastro. “Si ricorda che anche l’antica Balarm (Palermo) araba ebbe la sua oasi costiera in un fitto palmeto impiantato dagli arabi nel territorio compreso fra il fiume Abbas (l’Oreto) e l’Acqua dei Corsari – ricorda il biologo marino -. Secondo le cronache, il palmeto fu distrutto dalle truppe angioine nel corso della conquista della città e mai più reimpiantato”.

Anche i cartelli, che da 49 anni vietano la balneazione negli ex bagni della salute, potrebbero essere rimossi. Dalla scorsa estate il sogno sembra prossimo a diventare realtà. Gli scarichi fognari in mare si sono via via ridotti, la realizzazione dei due collettori dall’Oreto a piazza Sperone (per quattordici milioni e mezzo di euro), i cui cantieri hanno messo a dura prova la pazienza degli automobilisti palermitani negli ultimi anni, dovrebbero definitivamente abbattere il carico inquinante. Per il ministero della Salute, il livello dei batteri presenti nell’acqua è estremamente basso, al di sotto della soglia di non balneabilità. Ora tocca alla Regione siciliana esprimersi: l’assessore comunale all’Ambiente, Sergio Marino, valutati i dati rilevati nell’ultimo biennio, ha chiesto la revoca del divieto di balneazione già dalla prossima estate.

“Anche perché le rocce calcaree della costa orientale hanno una capacità autopulente straordinaria” aggiunge Riggio. Cosa diversa, invece, per i fondali, dove la flora e la fauna sono andate distrutte, e la coltre di fanghi che si è depositata ha eliminato tutte le forme di vita aerobica. Sarebbe necessario immergere materiali che possano diventare culla per le colonie di molluschi e alghe. Una proposta, per certi versi sorprendente, è quella di usare materiali nocivi sulla terraferma, che immersi in acqua ad alta salinità diventano innocui. “Come il cemento amianto (Eternit), bandito dalla legislazione recente per la sua cancerogenicità nell’ambiente terrestre, ma innocuo se immerso in mare – dice lo studioso -. Esistono prove più che sufficienti di quanto affermato e provengono da fonti scientifiche di attendibilità assoluta. Si tratta un substrato ideale per la colonizzazione di flora e fauna marina, è un attrattore per le forme di vita planctonica, che vi si attaccano e formano incrostazioni di grande durata e complessità”.

Un dibattito aperto. È necessario lasciare i riflettori accesi su questo pezzo di città, organizzando eventi sulle piccole porzioni di costa già recuperate. È l’impegno concreto intrapreso dal Comitato per la rinascita della costa e del mare, guidato da Carlo Pezzino Rao, che si sta battendo per il recupero di Sant’Erasmo e della foce dell’Oreto, eliminando discariche e occupazioni abusive.

“Lavoreremo con associazioni culturali e ambientali, come Goethe, Institut Français, Lions, Italia Nostra, Wwf, Fai, per iniziative a sostegno della realizzazione del giardino sul mare – propone Pezzino Rao -. E coinvolgeremo artisti di vari ambiti per rendere fruibili luoghi sconosciuti di questo tratto di costa. Pensiamo a musica jazz e sinfonica con il Brass Group, il Conservatorio, l’associazione Antonio Il Verso, gli Amici della Musica, l’Orchestra sinfonica siciliana, il Teatro Massimo. E ancora a spettacoli teatrali con Mimmo Cuticchio, col Biondo, col teatro Libero, prediligendo letture di testi legali al mare, ma anche a mostre di arti figurativa, scultura, installazioni, fotografia. Prenderemo contatto con le scuole che gravitano nel territorio costiero e a Brancaccio per sensibilizzare gli studenti al progetto e coinvolgerli in iniziative”.

In prima linea anche l’Università di Palermo, che ha già collaborato all’organizzazione di un convegno sul futuro della costa e ha investito l’energia di giovani ricercatori per il workshop PMO/Re-verse, un’iniziativa di progettazione urbanistica e di innovazione sociale prodotta nell’ambito del Progetto di ricerca di interesse nazionale Palermo “Re-cycle Italy”, con la partecipazione di numerosi enti pubblici, ordini professionali e imprese.

“E’ un esperimento per la nuova Palermo, dove non si pensa solo a una periferia da recuperare ma a costruire nuove forme di residenzialità, più ecologiche e sostenibili”, osserva Maurizio Carta, presidente della Scuola Politecnica di Palermo e delegato del rettore allo sviluppo territoriale. La parola d’ordine diventa rigenerazione dell’esistente, con azioni colonizzatrici a bassa intensità di trasformazione. A partire dalla riconversione dell’ex Gasometro di San’Erasmo all’attività manifatturiera e a un terziario di chiara impronta ecologica e tecnologica, alla nascita di incubatori di imprese innovative nell’area industriale esistente sottoutilizzata, ma anche di orti urbani di quartiere per l’autoconsumo e la fruizione didattica. Idee nuove per fondere insieme spazi dell’abitare e spazi produttivi, potenziando le infrastrutture dei trasporti. “La riqualificazione – aggiunge Pezzino Rao – è un progetto soprattutto culturale. Ormai si è compreso che l’ambiente è cultura”.