di Maurizio Carta

“Dai diamanti non nasce niente” cantava De Andrè sublimando una Via del Campo che altro non era che una delle tante zone marginali delle nostre città in bulimica espansione. In Italia, e in Sicilia con parossistica sineddoche, i centri storici in abbandono e le grandi periferie sono figlie del modello urbanistico del Novecento che ne ha fortemente limitato lo sviluppo relegandole ai margini – spaziali e concettuali – dell’azione urbanistica.

Oggi, finito l’effetto dell’assenzio che è stata la crescita illimitata in debito e il vorace consumo di suolo, le periferie, sia esterne che interne, si ritrovano a poter essere le protagoniste di un modello di città – ancora in formazione ma sufficientemente chiaro – alimentato dall’interazione della resilienza, del riciclo e della riattivazione del capitale umano, e si offrono come prezioso laboratorio, non già di un consolatorio rammendo – me ne scusi il Maestro – ma di una potente, dirompente, perturbatrice rigenerazione, urbana e umana insieme.

Da criticità urbane, portatrici di marginalità e generatrici di conflitti le periferie contemporanee si evolvono – per chi le sappia guardare con occhi nuovi – in componenti significative della metamorfosi delle città al tempo della crisi. Da aggregati di stigma e concentrati di pregiudizi, le periferie vedono fiorire nuovi soggetti attivi, sempre più giovani, che reclamano di rinegoziare le scelte localizzative delle nuove centralità culturali o sportive, che pretendono nuove infrastrutture di mobilità collettiva, o, ancora, che propongono la riconnessione dei reticoli paesaggistici periurbani come nuove infrastrutture sostenibili.

A Catania, a Librino, Renzo Piano con i suoi ragazzi del G124 stanno riqualificando spazi e infrastrutture, a Palermo allo Zen e nella Costa Sud amministrazione, associazioni, università e studenti delle scuole ridisegnano insieme il quartiere attivando spazi di socialità e creatività. Anche le cave dismesse di Mazara del Vallo non sono più periferiche ma diventano epicentri del design dei servizi, gli orti urbani di Favara diventano nuovi quartieri resilienti, e le aree degradate del centro storico di Agrigento sono pullulanti di iniziative che li ripensano come nuove parti di città creativa.

Ancora, le aree portuali di Milazzo e Messina si risvegliano con i colori della street art e con i suoni dei giovani creativi. Da eresie resistenti al paradigma modernista della città competitiva, le periferie sono ampie riserve di resilienza in cui possiamo ritrovare – come i preziosi semi dei grani antichi ritrovati in Sicilia o i vitigni autoctoni riscoperti tra le fratture laviche – quei valori identitari insediativi, comunitari, paesaggistici da cui possono ripartire le città sfregiate dalla modernità imperfetta che ci ha attraversati insolente. Città, quelle siciliane, che si mobilitano a partire dai margini per riattivare i capitali sociali, territoriali e culturali per guarire definitivamente dalla drammatica tossicodipendenza di una urbanistica “subprime” drogata di denaro, che ha anestetizzato la capacità di immaginare, di progettare e di radicare.

L’impegno nell’affrontare la questione della riqualificazione delle periferie – spaziali, sociali o economiche – trova quindi un nuovo impulso nel non limitarsi a un loro recupero fisico, al risanamento ambientale o al miglioramento dell’accessibilità viaria, agendo invece sulla loro più complessiva capacità rigenerativa dei tessuti sociali e spaziali, economici e produttivi entro nuove visioni di città in metamorfosi che riattivino il ruolo delle scuole come presidi di legalità e delle biblioteche come piazze della conoscenza, che recuperino con amore i frammenti di paesaggio agricolo, che riciclino la dismissione e che rottamino il degrado edilizio.

I grandi quartieri periferici degli anni Cinquanta e Sessanta nei capoluoghi, i centri storici in abbandono o i quartieri centrifugati dalla dispersione urbana delle città medie, i micro tessuti abitativi peri-urbani di derivazione rurale delle aree interne devono essere ripensati evitando ricuciture a freddo dei tessuti o desertificazione di abitanti, rifiutando un approccio chirurgico fatto di azioni estremamente invasive, erosive, consumatrici di risorse materiali e immateriali e soprattutto dagli esiti non definitivi e a rischio di rigetto. Non sono più i tempi dello sventramento cosmetico, dell’innesto estetico, della demolizione e ricostruzione puramente volumetrica, ma non è più percorribile nemmeno l’urbanistica radioterapica prodotta dal bombardamento di risorse attraverso trasformazioni immobiliari di aree periferiche o innesti forzati di servizi di centralità e grandi centri commerciali.

È più efficace – proseguendo nella metafora sanitaria – una urbanistica “staminale”, introducendo alcune cellule urbane di qualità, estratte dallo stesso tessuto identitario: agricoltura multifunzionale, scuole come servizi collettivi e presidi di cittadinanza, biblioteche come spazi aggregativi dell’associazionismo, fabbriche di co-working e manifatture digitali e atelier creativi, edifici intelligenti e mobilità sostenibile. E le più potenti cellule staminali in grado di rigenerare il tessuto malato delle periferie sono le donne e gli uomini che le abitano. In Sicilia, nelle numerose periferie resistenti perché resilienti, è l’attivismo dei comitati di cittadini, delle associazioni, degli studenti delle scuole che riattiva la comunità di quartiere ridisegnando spazi e nuove forme di convivenza, sperimentando pratiche energetiche e produttive, ritornando a prendersi cura degli spazi e delle persone, e rinnovando il patto di cittadinanza. Perché, ricordatevi, è nelle periferie che “nascon fiori dove camminate”.