di Maurizio Carta

Da quando a Parigi è diventata sindaco Anne Hidalgo la città è attraversata da un fremito progettuale che ne sta cambiando le forme urbane e i modi di vivere gli spazi. E non sono solo i grandi progetti come la città della giustizia di Clichy-Batignolles o gli interventi lungo il Périphérique che stanno cambiando la fisionomia della città, ma decine di progetti solo apparentemente minori, ma molto più potenti perché collettivi, che coinvolgono i giovani, modificando gli stili di vita.

Tutto è iniziato nel 2014 con Réinventer Paris, il concorso con cui il Comune di Parigi metteva a bando 25 edifici e aree pubbliche dismessi perché fossero progettati dalle comunità locali con progetti sostenibili e innovativi, in una competizione il cui premio più importante era la concessione pluriennale degli spazi per realizzare quanto immaginato. Centinaia di proposte di edifici ibridi, intelligenti, vegetali vennero presentati, con un successo tale di idee nuove, elaborate da giovani architetti e urbanisti, insieme ad artisti, militanti, associazioni, che nel 2017 fu lanciata una seconda edizione dedicata ai luoghi sotterranei dismessi, e Réinventer la Seine dedicato a nuovi modi di vivere i lungosenna, e poi altri concorsi tutti pensati per stimolare, a partire dalla volontà pubblica, l’energia della cittadinanza, la creatività dei progettisti e l’intraprendenza dei privati per rimodellare collettivamente gli spazi urbani.

Il risultato è un nuovo codice genetico della città prodotto da migliaia di programmatori e non da uno o pochi soggetti che decidono, progettano, gestiscono, controllano, rendendo spesso asfittica l’atmosfera urbana. E Parigi si è riempita di nuove stazioni, teatri, cinema, biblioteche, edifici edibili, parchi acquatici e spiagge urbane, centri civici, spazi ed edifici pubblici generatori di energia. E da quell’esperienza 19 città mondiali hanno emanato un bando internazionale di rigenerazione urbana resiliente e a zero emissioni per 49 siti dismessi, invitando progettisti, esperti, comunità di quartiere e artisti a costituire team multidisciplinari.

Anche noi dovremmo prendere con coraggio e lungimiranza la strada della reinvenzione collettiva della città, della progettazione creativa degli spazi urbani, della cogestione dei beni comuni (spiagge, parchi, piazze, centri civici, biblioteche, teatri). Dobbiamo estendere il ricorso ai concorsi, e non solo i grandi, come sta facendo Palermo con il tram, le scuole, la greenway e i nuovi terminal portuali che faranno riabbracciare l’acqua alla città, o Catania con il waterfront.

Dobbiamo estendere la competizione progettuale alle opere più minute ma che generano il tessuto quotidiano: le stazioni della metropolitana, gli spazi pubblici dei centri storici, i lungomare e i porticcioli, le aree pedonali e le piste ciclabili. Dobbiamo immettere una potente iniezione di creatività e bellezza nelle nostre città e questo si può fare solo ritornando al progetto come azione collettiva, come atto democratico, come patto sociale tra amministrazione e comunità. Reinventiamo le città, quindi, usando l’intelligenza collettiva.