Il museo regionale di Messina si è arricchito di un nuovo “capolavoro”: un giardino mediterraneo che, coerentemente con le opere in mostra, racconta la storia del territorio declinata stavolta non in cifre artistiche, ma naturalistiche

di Natalia La Rosa
Fotografie di Rocco Papandrea

Un “tesoro” verde. Un percorso espositivo a cielo aperto, scandito da piante rare, essenze autoctone e continui richiami ai dettagli della straordinaria collezione esposta nelle sale. Il Museo regionale di Messina si è arricchito di un nuovo “capolavoro”: un giardino mediterraneo che, coerentemente con le opere in mostra, racconta la storia del territorio declinata stavolta non in cifre artistiche, ma naturalistiche.

Non poteva essere diversamente in quel MuMe che, come fa notare la direttrice Caterina Di Giacomo, è il museo non solo di Messina, ma del Mediterraneo, culla delle civiltà che vi trovarono fecondo sviluppo. E come il Mare Nostrum diviene sempre più – pur nelle sue contraddizioni – moderna metafora di ciò che non divide ma unisce, anche la realizzazione del giardino è il risultato di una felice sinergia tra interlocutori diversi (l’ente museale regionale, la Fondazione Bonino-Pulejo che ne ha supportato la realizzazione, l’azienda messinese Vivai Laura Ryolo che l’ha eseguita e l’Orto Botanico dell’Ateneo peloritano che ne ha curato la parte scientifica) eppure coesi dalla volontà di lasciare una traccia importante che vada ben oltre la mera estetica, arricchendo la bellezza della decorazione con il valore di un messaggio, divulgativo, ma anche “istituzionale”: pubblico e privato insieme, oltre gli steccati concettuali, al di là dei mille paletti della burocrazia, per raggiungere un obiettivo comune e simbolico, un esempio per tutti.

Il giardino è stato inaugurato alla presenza delle massime autorità, regionali e cittadine, un segno anche questo paradigmatico del ruolo di primissimo piano che l’istituzione museale assume negli equilibri dell’offerta culturale e turistica isolana, e, com’è evidente, nelle dinamiche territoriali di tutela e valorizzazione di una memoria storica tragicamente spezzata nel 1908 e ora in questo luogo saldamente ricomposta. E proprio l’amministrazione regionale, come ha ribadito il presidente Nello Musumeci, ha assicurato la necessaria attenzione alla promozione di quello che si candida a essere il secondo museo del Meridione d’Italia (dopo Capodimonte) per importanza e articolazione della collezione interdisciplinare: settecento opere (reperti archeologici, marmi, gioielli, dipinti – fra cui Caravaggio e Antonello) su quindicimila metri quadrati tra esterni e interni, dalla preistoria ai primi del ‘900.

E che, finalmente inaugurato lo scorso anno dopo trent’anni di cantieri infiniti, si impone già all’attenzione nazionale e internazionale, come dimostrato dalle visite di esponenti di grandi realtà museali – quali, tra gli altri, il conservatore del Louvre Sylvain LavaissiËre, il presidente del Met Di New York Daniel Weiss e i vertici della fondazione Guggenheim – e dagli accordi di collaborazione con altre importanti istituzioni di tutela e di conservazione. Come il Mart di Rovereto, i cui capolavori furono al centro della mostra dedicata al Mediterraneo nel dicembre 2016 per il varo dei primi settori del MuMe.

In questo percorso di convinto rilancio, si inserisce appunto la riqualificazione delle aree a verde del Mume: “Le aree verdi – spiega la direttrice – sono fortemente connotate dai reperti esposti, frammenti architettonici della città preterremoto, e dalla posizione panoramica del museo. Si è sempre ritenuto inderogabile, nei programmi di definizione della struttura, che alla riqualificazione dovesse sovrintendere un piano scientifico dalle finalità non semplicemente ornamentali. Un giardino mediterraneo, realizzato grazie alla lungimirante iniziativa della Fondazione Bonino Pulejo e al convergere di qualificate competenze, diventa contraltare di un patrimonio storico artistico che testimonia il ruolo di Messina, coacervo nei secoli di culture provenienti dal bacino del Mare Nostrum”.

“Alla Fondazione Bonino Pulejo – aggiunge il presidente Lino Morgante, amministratore delegato e direttore editoriale della Ses Gazzetta del Sud – è piaciuto il progetto, nato dal grande amore per il Museo e per ciò che esso rappresenta: il genius loci della città. Non è solo un giardino ma, attraverso le caratteristiche stesse delle essenze, prevalentemente autoctone, diventa uno strumento per ribadire la mission della Fondazione, che reinveste le risorse del proprio patrimonio nella valorizzazione delle eccellenze. In ambito scolastico, accademico e anche culturale. Ci auguriamo che anche altre istituzioni, come le fondazioni bancarie, contribuiscano alla rinascita di questo territorio, anche se ne sono geograficamente lontane. Voglio citare l’esempio della Fondazione Crt Torino, importante azionista di Unicredit, che in sinergia con la FBP ha esportato il progetto Diderot, rivolto al potenziamento matematico degli scolari messinesi. Anche questa, un’attività che la Fondazione conduce nel solco delle linee tracciate dai fondatori, Uberto Bonino e Maria Sofia Pulejo, illuminati mecenati che già nel 1980 istituirono le prime borse di studio in favore di laureati in Giurisprudenza e Medicina. Oggi si è passati a forme più sofisticate, e al passo con i tempi, di sostegno alle eccellenze siciliane e calabresi, con assegni di ricerca legati a specifici progetti, con il finanziamento di soggiorni all’estero grazie alla sinergia con Intercultura e, appunto, con il progetto Diderot”.

Le ottanta specie presenti fanno del giardino del MuMe uno straordinario abaco en plein air della botanica mediterranea: il percorso si apre con la Fritillaria Messanensis, delicata campanella così chiamata perché identificata per la prima volta a Messina nell’800, e prosegue quindi – aspetto che è stato particolarmente curato dall’architetto Gianfranco Anastasio, responsabile dello staff tecnico della struttura – con le essenze legate a richiami presenti nelle opere d’arte della collezione museale tra cui quercia, roverella, alloro, vite, acanto, gelsomino, giglio. Il raro garofano delle rupi pazientemente coltivato all’Orto botanico “cita” quello dipinto nello scomparto de L’Annunciata, del Polittico di San Gregorio di Antonello del 1473; l’olivo, il cipresso e la palma sono presenti nell’Hortus Conclusus del dipinto di Deodato Guinaccia raffigurante l’Immacolata Concezione del XVI secolo, proveniente dal monastero di San Gregorio. E così via in un gioco di rimandi tra il giardino e le opere d’arte custodite nel museo che spinge quasi il visitatore a una sottile sfida da detective.

Realizzati anche spazi dedicati alle erbe aromatiche e alle piante a frutto, oltre a un miniecosistema acquatico nella grande vasca del piazzale. Tra le piante a rischio di estinzione, il Cardo pallottola, l’Iris acquatico e il rarissimo Fiordaliso delle Eolie, che si trova allo stato selvatico solo nella macchia isolana, pazientemente riprodotto nelle aiuole dell’Orto botanico e, adesso, nel giardino mediterraneo del MuMe. Dove, tra l’altro, a breve si schiuderà un altro capitolo green: nel patrimonio librario è stato scovato un prezioso Erbaio cartaceo attribuito a Saverio Pietrafitta, allievo di Pietro Castelli, fondatore dell’Orto Botanico di Messina e risalente al 1651, di raffinatissima fattura con le indicazioni delle specie manoscritte, restaurato nel Laboratorio della Biblioteca centrale della Regione siciliana diretta da Carlo Pastena. Il laborioso intervento, curato dalla restauratrice Anna Maria Oddo, sarà presto oggetto di presentazione al Museo con esposizione di una selezione delle carte più significative scelte fra le 212 della raccolta.

“L’Orto è uscito dall’orto – scherza la professoressa Rosella Picone, direttrice della struttura universitaria – raggiungendo molteplici finalità: la diffusione della conoscenza della nostra flora, la tutela e la riproduzione di specie rare e la creazione di un modello di giardino ‘ecologico’, in cui le piante sono state collocate secondo le specifiche esigenze di vegetazione al fine di una crescita che non richieda cura o irrigazione eccessiva, riducendo i costi e aumentando la sintonia con l’ambiente. Ringrazio chi ci ha dato questa possibilità” “Il lavoro è stato impegnativo – aggiunge Alessandro Siracusano Ryolo, amministratore dell’azienda Ryolo – sia per l’importanza del sito di intervento sia per le problematiche presenti, che un’attenta fase di progettazione ci ha permesso di risolvere riducendo le possibilità di errore. La collaborazione con l’Orto Botanico, in cui sono presenti professionalità e competenze, ha dato forza e identità specifica al progetto: auspico per il futuro che questa modalità di lavoro venga utilizzata maggiormente soprattutto in ambito pubblico, in quanto rappresenta un vantaggio economico ma anche un incentivo alla conservazione dell’identità del nostro paesaggio, troppo spesso deturpato”.