di Salvatore Savoia

Finita in anticipo la guerra, nel 1943, per quanto qualcuno sperasse di ritrovare immutate le belle e buone abitudini di una volta, ci si rese conto velocemente che un certo modo di vivere era scomparso per sempre. E lo choc avvenne quando si videro le jeep alleate scortare al Teatro Massimo, a Palermo, militari di colore e segnorine di dubbia origine, assai diverse dalle antiche frequentatrici.

Per fortuna, a bearci sull’eternità del privilegio di essere panormiti, venne la nuova Regione: ancora prima della Repubblica (che alla maggior parte dei palermitani non era nemmeno piaciuta troppo) questa nuova gigantesca fabbrica di lavoro, di stipendi e di trame parve degna delle nostre glorie: avevamo un Parlamento e dei deputati, una miriade di enti e una schiera di fiammanti auto blu. Cosa chiedere di più?

Cominciarono subito i palazzi spagnoli del centro storico, e subito dopo i condomini altoborghesi circostanti, a essere disprezzati e abbandonati in favore di nuove aree tra via Ruggero Settimo e il Politeama, là dove si godevano confort moderni, e c’erano persino i doppi servizi. Così, quei quartieri per un trentennio dominati da studi professionali, banche, alberghi, grandi pasticcerie, divennero fuori moda, mentre i grandi professionisti e flaneurs cercarono nuovi luoghi di lavoro e di passìo. Dieci anni dopo, tutto si spostò verso le Croci, secondo una precisa procedura: cinquecento metri ogni dieci anni.

Nel dopoguerra la vecchia SAIA (Società Anonima Industria Autobus) aveva messo in giro un buon numero di mezzi, tra bus e filobus. I primi con le “bussole” di legno, i secondi con un’indimenticabile lamina color argento. C’erano, è vero, le macchine private, ma quante erano? I dati del Pubblico Registro Automobilistico del 1956 parlano di quarantatremila auto immatricolate, il che significa che, tra guerre e demolizioni, non più di ventimila erano in circolazione. Numeri risibili.

I palermitani, si sa, sono portati a rimuovere le cose sgradevoli, coprire le macerie e non pensarci più. Grandi entusiasmi quindi dinanzi a miti nuovi, come la Fiera del Mediterraneo, e rapido abbandono delle vecchie abitudini. Con alcune significative eccezioni, spesso legate alla “Dolce Vita” degli anni Cinquanta, dominata dal culto di Caflisch, la “pasticceria svizzera” fondata alla fine dell’Ottocento da Cristiano Caflisch di G.B., fornitore della Real Casa, e poi divisasi in due rami, uno dei quali si distingueva con le iniziali “A.C.”.

Le due aziende si ignoravano, anche se sovente avevano punti di vendita vicini, e avevano tifoserie separate e in guerra perenne. Il “mio” Caflisch era quello di Amedeo Donatsch, amico di famiglia e proprietario di pasticcerie in via Maqueda, in via Ruggero Settimo ma soprattutto quel sublime Bar del Viale di via Libertà, ancor oggi citato e rimpianto come simbolo di quella soavità panormita forse vana ma certamente raffinata. Le sue granite, le torte Savoia, gli africani, i cornettini alla crema di burro, i babà, le genovesi, le soavi mariastuarda restino a gloria imperitura di chi ce le ha donate.

Ecco perché in una città come Palermo, si può parlare di una vera Sindrome di Caflisch, un nome che sapeva di Austria e di Belle Epoque, sul quale si è costruito un tormentone come solo noi sappiamo fare. E parlare di Caflisch, significava poi parlare della sua torta Savoia. Al solo nominarla si apriva e si apre un dibattito su quale fosse “quella vera” e quale nient’altro che l’ umiliante scopiazzatura della Sacher.

Ho passato la mia infanzia ascoltando mio nonno litigare con il proprietario di Caflisch sulla dose di ricotta che dovevano contenere le sfincie, per evitare di farle esplodere al primo morso, o sulla scelta fra pistacchi e mandorle alle estremità dell’africano (che mio nonno, lo ammetto, chiamava “fallo etiopico”). Ora mio nonno e il suo amico Amedeo dormono in due cappelle appiccicate al cimitero di Sant’Orsola. C’è chi dice che la notte si sentano gli echi dei loro litigi sulle dosi di burro, cioccolato e scorzette di arancio.