di Maurizio Carta

Le migrazioni di massa che stanno riattraversando il Mediterraneo, come è sempre avvenuto nei secoli vivificando e rinnovando comunità e culture, oltre al carico di tragedie umane e all’angoscia davanti alla morte di innocenti martoriati prima dalle guerre, dalle miserie e dalle desertificazioni da cui scappano, poi dai trafficanti di uomini che li sequestrano e poi dai razzismi che li circondano nei falsi Eden in cui spesso sbarcano, ci pongono davanti ad un nuovo modo di pensare le nostre città.

Le città europee devono ritrovare la loro radice “cosmopolitana” perché la metamorfosi del mondo ci richiama a essere sia cittadini del cosmos – cittadini di un mondo sempre più transnazionale – sia cittadini della polis, abitanti fluttuanti di città-mondo. Soprattutto quelle siciliane, che così rinnovano la loro identità cosmopolita che le ha forgiate e rese medine, kalse, riad, vuccirie.

Migriamo da almeno due milioni di anni, e ogni fuga, ondata e convivenza ci ha fatto evolvere rendendoci più adattabili. Le transizioni umane hanno forgiato il nostro pensiero, tanto che nella filosofia greca, madre fertile del nostro pensiero meridionale, tutti gli esseri umani sono cittadini del mondo e cittadini della polis, “hanno radici e ali, sono uguali e diversi, hanno la loro patria tanto in un luogo particolare quanto nel cosmos intero, vivono nella cosmopolis”, come scriveva Ulrich Beck.

Le nostre città nascono cosmopolite, si evolvono e crescono come fulcro di relazioni, di flussi territoriali che attraversano un mondo che oggi è ancora più aperto e collegato. Ed è Diogene che ci ricorda che il cosmopolitismo è diritto a una mobilità che travalica e mescola i confini, che rivoluziona la logica della distinzione e annulla il terrore dell’alterità navigando verso l’orizzonte dell’uguaglianza, della diversità come appartenenza plurima che estende le radici e dispiega le ali.

Affrontare le migrazioni che hanno ripreso la rotta mediterranea, accogliere migranti e profughi non è solo una questione di accoglienza e di compassione, è anche una questione etica e politica, ma, vorrei aggiungere, è anche una questione urbana. Ci riguarda come abitanti e progettisti di città fertilmente cosmopolite, in cui lo spazio pubblico torni a essere luogo di integrazione, in cui le strade pedonali siamo suture di culture e non più fratture di spazi, in cui i mercati tornino multicolori scambi di merci dai sapori variegati, e gli stessi edifici siano palinsesti di linguaggi e usi.

E Palermo è sempre stata cosmopoli, fenicia e romana nelle forme primigenie e nel linguaggio, araba e normanna nelle strade e nelle architetture, aragonese e angioina nei fasti, ibridando culture, accogliendo stili, arricchendo tradizioni. Nulla di quello che dal mondo è transitato per Palermo è rimasto immutato nel suo incontro con la città: le culture, le tradizioni, le architetture, le piante, la cucina, le parole e le arti si sono fatte cosmopolite esse stesse, aprendo la città a un turbine di segni che esalta la sua pluridentità. Non vi è luogo che non sia palinsesto di identità, ipertesto narrativo di vite.

E questo essere contemporaneamente mondo e luogo, Palermo lo ha elevato a visione di futuro. Non solo scolpendolo nella Carta di Palermo sulla mobilità umana internazionale che rinnova il patto tra culture già inciso sulla lapide quadrilingue (ebraico, latino, greco bizantino e arabo) conservata al Castello della Zisa, ma facendolo quotidianità attraverso i percorsi multiculturali delle Vie dei Tesori, sempre più interfaccia tra luoghi e culture, o attraverso le parole e i suoni del Festival delle Letterature Migranti.

Lo stesso Festino di Santa Rosalia è sincretismo di linguaggi e di persone, così come Santa Rosalia è patrona duale con Vishnu della comunità Tamil. Anche Manifesta, biennale migrante fertilizzatrice di contesti, ha colto il valore di giardino planetario della città – ancora una volta luogo e mondo – luogo di feconde contaminazioni umane, vegetali, culturali e artistiche: piattaforma di mutamento per proporre nuove letture plurali della città, delle comunità e dei flussi e per coltivare il cosmopolitismo con i semi creativi delle arti contemporanee. E, il prossimo anno, Palermo sarà anche la capitale italiana delle culture mostrando proprio la sua pluralità, in un palinsesto umano prima che di eventi, capitale del cosmopolitismo che rinnova il patto di migrazione che ha sempre caratterizzato il nostro pianeta.

Palermo è sublime contrappunto, città polifonica che sovrappone nota contro nota (punctum contra punctum) in una idea di città poliglotta e poliforme generata dall’abile uso di contrappunti spaziali, sociali, economici, tangibili e intangibili, estetici ed etici (non senza contrappunti fatti di criminalità e sfruttamento, anch’essi cosmopoliti). E gli anni bui della città, quando il saccheggio delle sue qualità e identità ha prevalso, quando lo spazio è stato solo nutrimento di una vorace alleanza tra mafia e cittadinanza, sono stati proprio quelli in cui la città aveva perso il suo cosmopolitismo, la sua polifonia ridotta a spartito monotono suonato dal cemento e dall’asfalto, dal traffico e dai traffici.

E Palermo, come molte volte nella sua storia, è sineddoche di una Sicilia che vuole rinascere ritornando cosmopolita. A Troina la comunità di migranti sta rivitalizzando il centro storico con una felice integrazione con gli anziani in uno scambio di sapienze e servizi. A Favara i migranti creano arte insieme ai designer, mettendo insieme tradizione e innovazione, oppure costruiscono ponti attraverso la cultura del cibo. A Mazzara del Vallo non sono più solo l’agricoltura o la pesca che mettono insieme culture ed etnie diverse, ma oggi anche la nuova vita creativa delle cave di tufo. E il cosmopolitismo tra attraversando Milazzo, Librino, il Belice, le Madonie, o sta percorrendo i crinali dei Nebrodi usando la cultura e la creatività come potente collante di identità.

Risuonano le Considerazioni inattuali di Nietzsche: “Il responso del passato è sempre un responso oracolare, e solo come architetti del futuro, come sapienti del presente, voi lo capirete”. Progettare una Sicilia cosmopolita è quindi un’occasione per discutere e progettare un modello di futuro che includa la storia e la memoria degli attraversamenti, delle ibridazioni, delle commistioni, delle metamorfosi in un progetto complessivo che coinvolga i centri storici e le periferie (radici e ali, di nuovo), i paesaggi che tornano agrari sconfiggendo il caporalato e lo schiavismo che ne hanno accompagnato gli anni recenti.

Oggi nel tempo delle migrazioni forzate, sospinte dal dramma dei cambiamenti climatici, da emergenze politiche, economiche e sociali, all’umanità dolente che ci attraversa dobbiamo offrire non solo compassione, ma relazione e contaminazione, figlie della lungimiranza, perché cosmopolis è il nostro passato che si fa futuro.