di Antonio Calabrò

Italia ancora divisa tra Nord e Sud, per redditi e capacità di sviluppo: il Pil per abitante 2016 nel Nord Ovest è di 34,2mila euro, nel Mezzogiorno di 18,2, in Lombardia di 36,8 e in Sicilia di 17,1mila, meno della metà. È un divario crescente nel tempo, tra aree forti nell’economia e delle imprese private e aree deboli della spesa pubblica inefficiente, che mortifica pure le buone imprese meridionali.

L’Italia è anche un paese “asincrono”, se si guardano i tempi d’una politica che decide poco e spesso male (e dunque condiziona in negativo le zone che più ne dipendono, come il Sud) e i tempi dei mercati globali, dei servizi d’avanguardia (Milano sta sperimentando, prima in Europa, le nuove reti di telecomunicazioni 5G) e dell’industria “digital” 4.0. L’Italia e le Italie, dunque. Un Paese “plurale”. Da tenere comunque più unito e “sincrono”, nell’orizzonte europeo e mediterraneo.

I dati sul Pil mostrano una crescita dell’1,5% nel 2017, con analoga previsione per il 2018. Ma questa crescita, tutt’altro che irrilevante, è minore degli altri partner europei: non abbiamo recuperato i livelli del 2008, l’inizio della Grande Crisi, mentre Germania e Francia l’hanno già fatto. Stiamo benino, senza eccedere in ottimismo. Eppure aumentano disagi, debolezze, paure. Riecco il divario.

Eurostat, l’Ufficio statistico Ue, calcola le differenze di retribuzioni (una media degli stipendi annui lordi di dirigenti, impiegati e operai): si va dai 31.711 euro della Lombardia e dai 30,286 dell’Emilia ai 29.686 del Lazio, per precipitare ai 25.506 della Sicilia e ai 24.537 della Calabria, ultima. Il divario tra province è ancora più netto, dai 34.330 euro di Milano ai 23.729 di Messina: oltre 11mila euro di differenza. Anche tenendo conto dei diversi poteri d’acquisto, la distanza resta forte. Un Nord imprenditoriale di redditi alti, un Sud di pubblico impiego, lavori precari, stipendi bassi.

Accentuate disparità. Ne soffrono le stesse imprese che, nel Sud e in Sicilia, cercano di crescere, tra mille difficoltà e avrebbero bisogno di contesti positivi di cultura di mercato, premio al merito di imprenditori e lavoratori e alle energie positive dei giovani che, nonostante tutto, si impegnano a investire.

Lo sviluppo, infatti, per essere sostenibile, ha bisogno di equità. E di imprese dinamiche che producono ricchezza, innovazione ma anche maggiore coesione sociale (il welfare aziendale migliora molto la qualità della vita). E su una leva strategica della spesa pubblica in investimenti in infrastrutture, materiali e immateriali. Il quadro attuale, purtroppo, non è confortante. Perché quella spesa si consuma in gran parte in stipendi diffusi ma di basso livello e in sprechi, in un “rifiuto della modernità” che frena i migliori spiriti innovativi. Il benessere desiderato cede il passo al malessere. Con effetti negativi su tutto il sistema Paese. Quale politica saprà farsene carico?