di Vincenzo Donatiello

“Arrivano gli inglesi”. Non sappiamo se qualcuno abbia realmente usato questo motto nella storia del vino di Marsala, ma possiamo farlo nostro per raccontare il cambiamento del Marsala con l’avvento dei britannici. Perché esiste un prima e un dopo. John Woodhouse, Benjamin Ingham e Joseph Whitaker hanno legato i loro nomi, ma anche le loro fortune, al Marsala come lo conosciamo in gran parte oggi.

I tre intuirono il grande potenziale commerciale dell’allora perpetum e, addizionandolo di acquavite, cominciarono a commercializzarlo nel mondo in un mercato dove vini come Porto e Madeira spopolavano. Un mercato che ha fatto grande il Marsala, salvo poi la massificazione successiva di questo vino e alcune sottoproduzioni discutibili che ne hanno inevitabilmente affossato l’immagine e il lustro.

Il Grillo, da sempre, è stato un vitigno ben predisposto a surmaturazioni e vinificazioni ossidative e nel territorio marsalese la tradizione era quella di colmare con il vino nuovo le botti contenenti vino di annate precedenti. Ecco il perpetuare, una tradizione che trova piede in diverse parti del mondo, dal sud della Spagna alla Champagne, ma solo qui ha corso il rischio di scomparire.

Se oggi torniamo a parlare di Pre-British lo dobbiamo a Marco De Bartoli che il suo Vecchio Samperi non ha mai abbandonato il suo Marsala e la sua cara Marsala. Nonostante l’onta di non poter indicarlo in etichetta, in quanto il grado alcolico è tutto naturale e non ottenuto con l’aggiunta di mistella. Oggi altri nomi si stanno affacciando alla produzione del Pre-British, da Nino Barraco a Dos Tierras e altri seguono nel ritorno alle origini. Affinchè si possa continuare in questa grande tradizione.