Dalla Valle dei templi all’antica cultura contadina, viaggio nelle meraviglie della Sicilia. Ammirate da tutto il mondo

di Laura Grimaldi

Lo scomodiamo spesso Goethe, ma ci sono talmente tante verità, a volte anche scomode, nel suo diario del viaggio in Italia di fine Settecento, che è facile prendere in prestito le sue parole. “Senza veder la Sicilia, non ci si può fare un’idea dell’Italia. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto. Quanto al clima non vi sono elogi che bastino”, scriveva il grande lirico tedesco un giorno di metà aprile del 1787, a Palermo.

Torto non ne aveva se si pensa a quanta varietà di paesaggi, natura, clima, concentrazione d’arte e di prodotti della terra che c’è in Sicilia. Lo scriveva anche Goethe che qui “gli ortaggi sono squisiti e che l’insalata in particolare ha la delicatezza e il sapore del latte”. Panorami mozzafiato, scorci incantevoli dai monti al mare, vulcani sbuffanti, isole di seducente bellezza, ambienti sottomarini e tesori d’arte da far emozionare. E poi, sapori, profumi, tradizioni di una cultura orale e artigiana che con orgoglio e fatica si tramanda di padre in figlio con gli stessi ritmi e la stessa passione di un tempo. Questa è la Sicilia dove pur tra mille contraddizioni, come anche Goethe notava, esiste e resiste un patrimonio culturale immenso, unico e fragile che da sempre appartiene all’umanità.

Persino l’Unesco, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura, non ha potuto non prenderne atto e non a caso ha dispensato più riconoscimenti all’Isola che ad altre regioni d’Italia. Tra beni materiali e immateriali se ne contano dieci in Sicilia, seguita a ruota dalla Lombardia. Vero è che “non è una gara a chi ne ottiene di più”, come sostiene il Presidente della Fondazione Unesco Sicilia Giovanni Puglisi, ma i riconoscimenti ricevuti sono e devono essere motivo d’orgoglio per la Sicilia. Ma anche sprone a far meglio e di più per una gestione consapevole e un’organizzazione attenta dei siti, dei monumenti e delle tradizioni siciliane che già erano patrimonio dell’Umanità prima che l’Unesco li portasse alla ribalta del mondo intero. Il riconoscimento semmai rappresenta un valore aggiunto che può muovere l’economia di un territorio e creare occupazione.

In vent’anni, in Sicilia, ne sono stati inseriti sette nella lista dei beni materiali e tre di quelli immateriali. A cominciare dal 1997, quando due tesori meritarono il posto nella World Heritage List: la Valle dei Templi di Agrigento con la sua estesa area archeologica e la Villa Romana del Casale a Piazza Armerina. Testimonianze di due grandi civiltà, la greca e la romana. Da una parte monumenti di arte ellenica di straordinaria bellezza e sopravvissuti quasi intatti al tempo, alle calamità naturali e all’incuria degli uomini. Templi dorici, uno per tutti quello della Concordia, che come giganti in tufo calcareo dominano l’antica Akragas, monumentale nucleo originario della città di Agrigento, fondata come colonia greca nel sesto secolo avanti Cristo e che divenne una delle città più importanti del mondo mediterraneo.

Dall’altra, nel centro della Sicilia, una delle ville tra le più lussuose del suo genere. Un complesso architettonico e artistico costruito dai romani nei primi due–tre secoli dopo Cristo che fecero della Sicilia la prima provincia dell’impero. I raffinati mosaici delle bellissime stanze, prime fra tutte quella delle “Ragazze in bikini” e il corridoio della “Grande caccia”, ancora incantano turisti e studiosi da tutto il mondo. “Sono i migliori mosaici in situ in qualsiasi parte del mondo romano”, sottolinea l’Unesco nella motivazione del riconoscimento.

Il 2002 fu l’anno in cui anche le Isole Eolie, le “sette sorelle” una più bella dell’altra, entrarono a far parte della lista dei Patrimoni dell’Umanità. Non c’è riconoscimento che tenga davanti ai naturali giochi pirotecnici del vulcano sull’isola di Stromboli, oppure al tramonto la vista a strapiombo dal golfo di Pollara passato alla storia come uno dei set più spettacolari della storia del cinema nel film “Il postino”. Laboratorio scientifico a cielo aperto per geologi e vulcanologi sin dal Settecento. E conquistano la vista non meno del palato e delle narici i colori, i sapori e i profumi delle pietanze tipiche della dieta mediterranea anch’essa diventata patrimonio dell’Umanità tra i beni immateriali. È accaduto nel settembre del 2014. È molto di più che alimentazione, è uno stile di vita di cui il fisiologo statunitense Ancel Keys per primo scoprì i benefici sulla salute a metà degli anni Cinquanta del secolo scorso. “L’olio, il vino, ottimi – scriveva Goethe nel suo diario di viaggio – Pesci della qualità più fine e prelibata”.

Dal cibo al vino. Lo Zibibbo di Pantelleria, un’altra piccola isola nel Canale di Sicilia che guarda alla Tunisia. Qui l’Unesco, alla fine del 2014, ha voluto dare per la prima volta un riconoscimento non a un luogo, bensì a una pratica agricola che rappresenta un esempio unico nel suo genere di coltivazione della vite, la vite ad alberello. Una svolta a livello internazionale, perché anche i valori legati al mondo agricolo e rurale sono stati riconosciuti come parte integrante del più vasto patrimonio culturale dei popoli. Dalle uve della vite ad alberello si produce il pregiato Zibibbo di Pantelleria. Nella comunità pantesca, si tramanda da generazioni la coltivazione di questa pianta. La proteggono come un bene prezioso, in una conca nel terreno poiché a Pantelleria le condizioni climatiche sono estreme per la maggior parte dell’anno.

Dalla sapienza del mondo contadino alla maestria del mondo artigiano. Dei “pupari”, in particolare, una tradizione che poche famiglie in Sicilia ancora difendono. Una in particolare, quella dei Cuticchio di Palermo. E qui ancora un primato per la Sicilia: L’Opera dei Pupi è il primo patrimonio italiano iscritto nel 2014 dall’Unesco nella lista dei beni immateriali. Esempio unico di un’arte antica legata al teatro dei burattini e ai “cuntisti”, nata in Sicilia nella seconda metà dell’Ottocento. I burattinai raccontano storie ispirate alle gesta di Carlo Magno e dei suoi paladini attraverso la rielaborazione di fonti bibliografiche cavalleresche medievali, ma anche di poemi italiani del Rinascimento.

A Palermo è arrivato nel 2015 l’ultimo riconoscimento Unesco della famiglia dei beni materiali siciliani. È il percorso arabo-normanno con i suoi palazzi, le chiese, le cupole rosse, le piazze, i giardini, le torri, i portali, i mosaici. Una scommessa tutta da giocare per l’amministrazione comunale la gestione e la valorizzazione di questo sito complesso e articolato. C’è da perdersi nel cammino nella storia araba e normanna di Palermo e comprende anche Monreale e Cefalù. “I normanni sono stati grandi costruttori – scriveva lo scrittore francese René Bazin nel secolo scorso -. Avevano portato con sé il gotico del Nord. Ma lo splendore del Mezzogiorno cambiò ben presto i loro occhi … costruirono per la luce, col marmo e i mosaici color scarlatto e oro, quindi il gotico si piegò al nuovo ideale. Produsse capolavori altrettanto lontani da Notre-Dame quanto i templi dorici. Soltanto Palermo può provarlo”.

Da occidente a oriente, le sorprese della strada non sono finite. Il viaggio continua verso le città tardo barocche del Val di Noto, che sta per “vallo”, denominazione delle unità amministrative in cui la Sicilia era suddivisa in epoca arabo-normanna. Un sito che racchiude otto comuni, piccoli e grandi, paesi e città ricostruite dopo il devastante terremoto del 1693. Luoghi che per l’Unesco che li ha inseriti nella lista dei Patrimoni dell’Umanità nel 2002, “rappresentano un notevole impegno collettivo, effettuato con successo a un alto livello di realizzazione architettonica e artistica” per una ricostruzione necessaria che ha del prodigioso. Il volto barocco di quest’area della Sicilia è legato a quel “terribilissimo” terremoto della fine del Seicento.

E allora nominiamoli questi luoghi: Caltagirone, Catania, Militello Val di Catania, Modica, Noto, Palazzolo Acreide, Ragusa e Scicli. I tesori valgono bene il viaggio. E lo vale da sola anche Siracusa. Ortigia è il cuore antico della città, piccola isola a forma di quaglia sulla cui punta l’imperatore Federico II costruì una delle sue fortezze, il Castello Maniace. Secondo l’Unesco, il centro storico di Siracusa offre una testimonianza unica per lo sviluppo della civiltà mediterranea negli ultimi tre millenni. La cattedrale ne è quasi la sintesi: un tempio greco dedicato alla dea Atena incorporato in una chiesa cristiana con la facciata in stile barocco giunta sino ai giorni nostri. Siracusa è una delle due anime del sito diventato patrimonio dell’Umanità nel 2005 di cui fanno parte anche le Necropoli rupestri della vicina Pantalica, cinquemila tombe antichissime scavate nella roccia vicino a cave di pietra.

Per riprendere fiato e ritemprare lo spirito, soprattutto nella stagione più calda, è consigliabile raggiungere l’Etna, il vulcano che sovrasta Catania, affacciata sul Mar Ionio. L’Unesco ha inserito il Monte, alto più di tremila metri, nella lista dei beni materiali nel 2013. Sembra che vi salì anche l’imperatore Adriano. E la gialla ginestra che “erompe dalle lave dell’Etna sta lì a disgregare la durissima e compatta crosta della lava, preparandola alla disgregazione del piccone e della zappa, al lavoro tenace e paziente dell’uomo, alla coltivazione, alla “cultura”. Parola di Leonardo Sciascia.