di Antonio Calabrò

Fabbriche, come cardine di sviluppo. Anche nel Mezzogiorno. L’economia italiana, dopo una lunghissima stagione di recessione, torna a crescere, anche se d’uno stentato 1% circa, il livello più basso di tutta la Ue. E il traino della crescita sta nell’industria che esporta, con un record di 417 miliardi di export nel 2016 e un avanzo commerciale di 51,6 miliardi, tra i migliori del mondo. Ma se dal dato statistico nazionale si guarda alle singole aree del Paese, risalta con evidenza che quella crescita è determinata in buona parte dalle aree industriali del Nord (Lombardia, Emilia, Piemonte, Veneto).

È la buona manifattura, il motore. Quella capace di affrontare le sfide di “Industry 4.0” (meccatronica e “digital manifacturing”, produzione robotizzata e “cloud computing”) e di reggere, su mercati sempre difficili, la competizione di tedeschi, francesi e delle imprese spagnole della Catalogna.
E il Sud povero di tessuto industriale diffuso, la Sicilia in affanno di cultura d’impresa hi tech? La sfida va colta anche qui. Pur in un contesto economico in cui il principale traino dello sviluppo non sta nell’industria, ma nel turismo e nei servizi. Serve comunque, infatti, l’industria. Come molla d’innovazione. E stimolo costante alla competizione.

Ci sono buoni esempi da seguire. Come la trasformazione di qualità dell’industria alimentare e del vino. O la “green economy” fondata su energia e ambiente, com’è testimoniato dal polo hi tech dell’Enel a Catania, investimenti per cento milioni annunciati all’inizio di marzo alla presenza del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. Un “Innovation Lab” con la collaborazione di università siciliane e internazionali. Una spinta a reti di imprese e a “start up” che proprio sulla sintesi tra neo-fabbriche e sostenibilità ambientale possono creare ricchezza e lavoro. Un buon paradigma industriale, per la Sicilia e il resto del Mezzogiorno.

E’ la “cultura politecnica”, che cresce sulla sinergia tra saperi umanistici e competenze scientifiche. Come racconta la migliore storia italiana e come continua a testimoniare l’attualità della manifattura hi tech che regge la competizione internazionale. Proprio l’idea della cultura politecnica ha animato le discussioni della Commissione dei ministero dei Beni Culturali per la scelta della “capitale della cultura” 2018. Ha vinto Palermo. Ma sino alle ultime battute le ha tenuto testa Settimo Torinese, cittadina industriale alle porte di Torino.

Ex periferia-dormitorio, adesso luogo di “fabbriche belle” e sostenibili (la Pirelli progettata da Renzo Piano, L’Oreal impianto esemplare per sostenibilità ambientale e sociale a livello europeo, etc.), Settimo ha saputo parlare di cultura come industria d’avanguardia, architettura, inclusione sociale, ambiente. Memore della lezione di Primo Levi, scrittore intenso, non solo della tragedia dell’Olocausto, ma anche della bellezza del lavoro industriale e della scienza, nelle pagine di “La chiave a stella” e “Il sistema periodico”. Era un chimico, Levi. E lavorava in una fabbrica di vernici di Settimo, la Siva. Diventata un centro culturale, sulla Memoria e sui valori di accoglienza e integrazione. Valori civili. E culturali.

Vale la pena rileggere le parole di Levi: “La nobiltà dell’uomo, acquisita in cento secoli di prove ed errori, era consistita nel farsi signore della materia. Vincere la materia è comprenderla, ed è necessario per comprendere noi stessi. E quindi il Sistema Periodico di Mendeleev è una poesia, più alta e solenne di tutte le poesie digerite in liceo”. Cultura, scienza, industria. Temi di riflessione pure per Palermo capitale della cultura, per usare le celebrazioni come leva di sviluppo economico e civile.

Possono tornare d’attualità, per esempio, i Florio imprenditori delle fonderie e delle fabbriche legate all’agricoltura e al mare, ma anche editori di quel capolavoro di grafica e informazione che era “L’Ora”, fondato nel 1900, il massimo della modernità dell’epoca. E può essere rilanciato il valore dell’industria e del lavoro operaio testimoniato dall’esperienza delle “tute blu” del Cantiere Navale, luogo di dignità e identità orgogliosa in contrasto netto con la città delle clientele impiegatizie e delle relazioni mafiose.

La centralità dei saperi scientifici (la storia di Palermo racconta il valore internazionale del Circolo Matematico ai primi del Novecento e poi dei laboratori di biologia molecolare diretti da un grande scienziato, Alberto Monroy). L’innovazione culturale di respiro europeo (letteratura, musica, teatro, editoria). E le abitudini dell’accoglienza e del confronto culturale, in una città al centro del Mediterraneo (utile rileggere le pagine del “Breviario mediterraneo” d’uno storico straordinario come Predrag Matvejevic, che della Sicilia e di alcuni siciliani era amico curioso e sincero).

Forse, proprio a Palermo, questi valori che legano cultura e impresa, arte e scienza possono essere ripresi, approfonditi, rilanciati. Fabbrica significa anche fabbricare buone idee.