di Antonio Purpura

L’Italia è il Paese che vanta il maggior numero di beni iscritti nella World Heritage List (WHL) dell’Unesco; e la Sicilia, con le sue nove iscrizioni, è la regione che, assieme alla Lombardia, si colloca in cima alla graduatoria nazionale.

La rinnovata consapevolezza della qualità e vastità del patrimonio culturale disponibile ha riacceso l’aspettativa di uno sviluppo regionale centrato sul turismo. Ma, a ben vedere, il turismo non può essere considerato il driver di un modello di crescita che distolga risorse da investimenti in altri settori, primo fra tutti quello industriale. E ciò per almeno tre ragioni. La prima è data dalla dimensione dell’economia regionale, troppo estesa perché possa essere mono-settoriale. La seconda è data dalla scarsa capacità innovativa delle attività connesse al turismo.

La terza è che uno sviluppo turistico che non potesse contare su un retroterra produttivo locale – fatto di attività industriali, agricole e di servizi – trasferirebbe altrove, ossia ad altre regioni, gli impatti positivi della spesa dei turisti. Si materializzerebbe, in questo caso, quello che, qualche tempo addietro, veniva definito, in altro contesto, il meccanismo della “pentola bucata”: la spesa dei turisti si manifesta in Sicilia ma ne esce subito dopo per alimentare gli acquisti da altre regioni.

Ciò detto, il turismo è chiamato ad assumere un ruolo importante, ancorché complementare, nell’economia siciliana. È attraverso il turismo culturale che si apre l’opportunità di integrare un’offerta turistica regionale tuttora fortemente ancorata al prodotto balneare (sea-sun-sky), e perciò con pesanti caratteri di (mono) stagionalità. Il turismo culturale diventa il prodotto chiave su cui costruire quello che possiamo definire la trasformazione organizzativa fondamentale del settore. Ossia l’evoluzione verso modelli operativi di tipo industriale.

Il turismo culturale si distribuisce nell’arco dei 12 mesi e intercetta una domanda in larghissima parte diversa da quella del turismo estivo. È mediamente di segmento più alto, e quindi più ricco, ed è in grado di allungare la permanenza media. L’inserimento nella lista Unesco non è certamente condizione sufficiente per intercettare stabilmente i flussi turistici. Serve un’offerta culturale intorno ai siti che arricchisca i motivi della visita. Con ciò provando a neutralizzare la tipologia della visita “mordi e fuggi”, o della “sindrome dello zoo” che caratterizza il turismo culturale in parecchi Paesi in via di sviluppo.

Ma servono soprattutto politiche di accessibilità, e quindi infrastrutture della mobilità primaria – per raggiungere le destinazioni turistiche entro tempi in linea con gli standard internazionali – e della mobilità secondaria, per rendere fruibili i siti e le destinazioni in cui sono localizzati. E servono modelli di governance all’interno dei quali devono trovare adeguata espressione le forme di cooperazione fra attori pubblici e operatori privati. Questa oggi è la sfida.