Puparo e cuntista, Mimmo Cuticchio è l’anima stessa di un’arte diventata patrimonio dell’umanità. Da lui ricomincia la Palermo della cultura

di Marta Gentilucci
Fotografie di Tullio Puglia

Una vita tra i pupi. Fratelli, compagni di gioco coi visi di legno, ai quali rappezzare l’abito scucito o lucidare l’armatura. I pupi c’erano già quando Mimmo Cuticchio è nato. Erano gli strumenti del mestiere del padre Giacomo, puparo caminante per i paesini siciliani, dove imbastiva il suo teatrino mobile e metteva in scena la sua arte. Un paese diverso per ogni ciclo di spettacoli. Così “capitava che insieme a un nuovo paladino potesse nascere un bimbo”.

È bello ripercorrere la storia di quest’uomo-icona, vedere la sua faccia scavata dalle rughe, la sua barba diventata bianca, adesso che Palermo è stata nominata Capitale della cultura per il 2018. Come se qui, nel suo teatrino di via Bara all’Olivella, abitasse un tassello fondamentale di quell’identità profonda ma contaminata – local e global – che ha decretato il successo di Palermo tra le altre città candidate. Palermo dell’itinerario Unesco arabo-normanno, Palermo accogliente e multiculturale, Palermo dello sfarzo barocco, Palermo di Serpotta, Palermo contemporanea con la Biennale Manifesta e il nuovo Museo di Palazzo Butera. E Palermo di Cuticchio, di Mimmo Cuticchio. L’uomo che ha fatto di un’arte antica a rischio di scomparsa una bandiera internazionale, l’uomo che con il suo cunto ha incantato e incanta francesi e americani, spagnoli e russi. Sia turisti di passaggio che vanno in pellegrinaggio nel suo teatrino-laboratorio come a un monumento imperdibile di Palermo, sia platee di stranieri davanti cui si esibisce nelle sue tournée all’estero.

L’Australia era l’unico dei cinque continenti che gli mancava, ma ha rimediato lo scorso ottobre, portando anche lì, a Canberra e a Sidney, i drammi e gli amori dei suoi paladini di legno e stoffa. Prima c’è stata la California, nel 2015, dove il Middlebury College l’ha voluto per una serie di conferenze e spettacoli sull’arte del cunto e dei pupi. E ancora: il Cowell Theatre di San Francisco, il Giappone, la Turchia, la Russia, i grandi teatri europei, lo Schlosstheater di Ludwigsburg, il Louis-Jouvet di Parigi per il Caligola di Vincent Dumestre.

Grazie a Cuticchio la lingua di un’Isola in mezzo al Mediterraneo è diventata universale. “Ricordo che al Théâtre des Champs-Élysées di Parigi le risate del pubblico erano talmente fragorose che mi son detto: il cunto è diventato proprio un linguaggio comprensibile a tutti. La nostra non è più una tradizione locale ma mondiale”, racconta. Parla lentamente, scandisce le parole, come a voler trasferire il senso profondo di un’arte, l’Opera dei Pupi, di cui anche l’Unesco ha compreso il valore, decretandola Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità nel 2008. Il primo in Italia.

“Dopo questo riconoscimento – dice – sono proliferati tanti pupari improvvisati, lapardei, si dice in siciliano, ma il mio teatrino in via Bara all’Olivella si è guadagnato un nome e una fama anche all’estero e tiene alto il valore del teatro dei pupi nel mondo”. Sorride: “Palermo oggi è Capitale italiana della Cultura e io mi sento e mi sentivo già in passato – lo dico senza presunzione – parte fondante di questa cultura. Mi considero io stesso Cultura”.

Di bambini, a casa Cuticchio, ne sono nati sette, quattro femmine e tre maschi, ma i pupi erano sempre in maggioranza: “Ne avevamo centinaia, distribuiti tra i vari teatrini della Sicilia, e crescevamo insieme a loro: io e i miei fratelli abbiamo visto Orlando nascere, diventare adulto, abbiamo assistito alle sue prime marachelle; abbiamo imparato a conoscere la vivacità di Rinaldo, gli amori, le imprese. Tutto questo per me era reale, nel senso che era come se anch’io fossi un paladino nato a teatro: solo che invece di chiamarmi Orlando mi chiamavo Mimmo”.

Opra e vita si mescolavano a tal punto da non riuscire a distinguersi: “Il teatro diventava camera da letto, cucina, stanza da pranzo. Mio padre mi diceva: “Mimmo, smonta Astolfo e prepara Grifone e Aquilante, che domani i gemelli vanno in scena e il pubblico deve ammirare le armature belle lucide”. Oppure mia madre: “Angelica ha il mantello strappato, Beppe ha la gonna scucita”. I nomi dei pupi s’intrecciavano con quelli di noi bambini: diventavamo tutti una famiglia, come un grande circo”.

Fino ai 19 anni la vita di Mimmo Cuticchio è stata questa: un viaggio continuo di paese in paese, dove le storie di amori e battaglie cavalleresche erano attese come s’attende il raccolto del grano. “La mia Sicilia è quella ottocentesca, del silenzio, delle donne vestite di nero, come per un lutto infinito, che facevano l’estratto mettendo i pomodori a essiccare al sole. Delle strade non asfaltate e delle passeggiate sui muli dei contadini, dei giochi all’abbeveratoio e della raccolta delle mennule, le mandorle: noi bambini ci divertivamo così, perché non c’erano biliardini né flipper. Era un tempo altro, scandito dal canto del gallo e non dalle lancette dell’orologio. Certi paesi erano talmente poveri che chi non aveva soldi per i nostri spettacoli pagava con quello che possedeva – chi una giara d’olio, chi un po’ di pane, chi un paio di scarpe – e così il teatro era sempre pieno di ogni ben di dio”.

Cuticchio impara osservando e ascoltando. Lentamente, come può essere lento solo il tempo di quella Sicilia remota e scomparsa, il tempo dei muli e della povertà. Apprende dal padre Giacomo un’arte antica fatta di tradizione e pazienza: “Tutto ciò che sono lo devo al fatto di avere assimilato un altro tempo, di avere guardato le cose con attenzione, ascoltato il silenzio, guardato il buio della notte con i ragazzini in campagna a contare le stelle in cielo. Quell’universo entra in te e te lo porti dappertutto: in scena, nella tua poetica, in quello che dici o che fai”.

Nel 1973, in un’epoca in cui i teatri chiudevano, decide di aprirne uno tutto suo, in via Bara all’Olivella, nel cuore del centro storico palermitano. “Quando ho fondato il mio teatrino non volevo recuperare un sogno ormai finito, volevo proseguire il viaggio. Non pensavo di rinnovare niente, volevo solo fare il mio lavoro portando la poesia in scena, facendo sognare adulti e bambini. Ma mi sono dovuto scontrare con una realtà completamente cambiata: i sogni non erano più gli stessi delle generazioni passate, gli americani stavano stravolgendo la nostra cultura. Mi sono reso conto che se avessi barattato la tradizione per la modernità, avrei perso tutto. Come buttare un giocattolo di legno o di latta per comprarne uno di plastica: poi la plastica finisce e tu resti senza niente”.

E così trova la formula del suo successo: traghettare la tradizione da un’era all’altra, ampliandola e rinnovandola. Prima mette in scena spettacoli tratti dal repertorio cavalleresco ma adattati a un pubblico di bambini: “Mi sono accorto che gli adulti non venivano più e allora sono andato a riportare sui miei canovacci – scritti a mano uno per uno, in 371 puntate – tutti quegli episodi che riguardavano l’infanzia dei paladini, gli amori, le prime imprese. Un lavoro di drammaturgia che gli antichi pupari non facevano, perché ripetevano semplicemente il repertorio tradizionale”.

Poi allestisce spettacoli del tutto inediti, dove i protagonisti non sono più soltanto i paladini della tradizione cavalleresca. Nuove storie, nuovi personaggi. Macbeth, Don Chisciotte, Garibaldi, Carlo Gesualdo principe di Venosa. “La tradizione l’ho usata come trampolino di lancio, come ponte per passare da un’epoca all’altra. Perché, come direbbero gli antropologi, l’uomo è tradizione ma bisogna che il tempo cammini col tempo. C’è chi pensa che Mimmo Cuticchio sia un uomo di un’altra epoca, ma io ho il computer, ho il cellulare. Il fax l’ho imparato a usare all’estero quando ancora in Italia neanche c’era”.

Nel frattempo non è più solo puparo ma è diventato cuntista. Un’arte che aveva appreso da Peppino Celano, ultimo cantastorie di tradizione, con il suo laboratorio nel quartiere del Capo. “Il cunto è la potenza della narrazione in sé, senza bisogno di altro, nemmeno dei pupi”. Storie da raccontare ne ha infinite, questo cantore barbuto dalla presenza scenica di un attore d’altri tempi. E attore, qualche volta, lo è pure stato.

Ma puntualizza: “Tutte le mie partecipazioni a film hanno sempre a che fare con il mondo dei pupi o del cunto. È stato così quando ho accettato di fare Baaria di Tornatore, dove facevo il lettore del brano di D’Annunzio in Cabiria. All’inizio ero restìo, pensavo: io voglio essere ricordato come oprante e contastorie, non come attore di cinema. Ma Tornatore mi convinse: ‘Io ti sto chiamando proprio come cuntista, perché il tuo personaggio racconta il film muto come facevano i cuntisti di una volta quando narravano le storie al loro pubblico’. Fu per questo che accettai: solo per il legame con il mio mondo”.

Anche nel caso del Padrino parte III: “Coppola girava il film al Teatro Massimo e passeggiando finì per caso nel mio laboratorio. Mi vide lavorare, entrò e da quel giorno era sempre da me. Così s’inventò la scena del barone di Carini che uccide la figlia, quella dove Al Pacino dice: ‘Non dimenticare che sono solo pupi’. Lo vedi? Anche qui l’opra c’entra. Con Crialese fu un po’ diverso, lui mi fece leggere la sceneggiatura di Terraferma e mi piacque il tema. Però ti devo confidare che anche lì non ho mosso i pupi ma mi sono costruito un personaggio come se costruissi un pupo. Ho fatto Mimmo-pupo”.

Ecco: i pupi c’entrano sempre. Oggi, quei paladini con cui Cuticchio è cresciuto come fossero compagni di gioco sono in parte conservati a Palazzo Branciforte. Centonove pezzi unici, che ripercorrono la storia del teatro di figura siciliano, dal 1830 al 1960. L’ultimo puparo, lo chiamavano i giornalisti negli Anni ’70, anche se a Cuticchio quella definizione non è mai andata a genio. “Io li correggevo: per favore, non dite così. Scrivete piuttosto il primo di una nuova generazione”.